Lhasa: tra cielo e terra, dove dimorano gli dèi

Adagiata nella valle dello Yarlung Tsangpo, circondata da montagne color rame e da un cielo che pare più vicino della terra, Lhasa sorge a quasi 3.700 metri d’altitudine come un miraggio sospeso tra il mondo umano e il divino. Il suo nome significa “dimora degli dèi”, e da secoli è la capitale spirituale del Tibet: meta di pellegrini, viaggiatori e cercatori di senso.

Nel 1995, quando l’abbiamo raggiunta lungo la strada che da Gyantse attraversa gli altopiani del Tibet, Lhasa era ancora una città silenziosa e raccolta. Oggi, a distanza di trent’anni, la modernità l’ha trasformata, ma non del tutto. Sotto l’asfalto e le insegne bilingue, pulsa ancora il respiro antico di una città che vive in bilico tra cielo e terra.

una donna sorride al mercato di Lhasa: indossa un ampio cappello di paglia con una fascia rosa e, sotto, un foulard giallo che le copre i capelli.

Il Potala, la dimora degli dèi

La mattina inizia con la visita al Potala, l’antica residenza del Dalai Lama, simbolo assoluto del Tibet. Il nostro pullman avanza lentamente lungo una strada che si arrampica tra edifici nuovi, geometrici, e vecchi quartieri tibetani ancora stretti attorno ai loro cortili di terra e pietra. Sullo sfondo, la montagna del Marpo Ri si staglia contro il cielo chiaro, e sopra di essa la fortezza bianca appare come un miraggio, un sogno che la realtà tenta invano di contenere.

Il magnifico palazzo del Potala di Lhasa
Il magnifico palazzo del Potala di Lhasa

Dentro, il palazzo si fa labirinto. Corridoi angusti, cappelle immerse nella penombra, statue dorate che brillano come fiamme nel buio. L’aria è densa di incenso, di burro di yak e di cera sciolta. Le mura — spesse più di un metro — trattengono un’eco di preghiere, un mormorio che sembra venire da un altro tempo. Tra le sale, reliquie e stupa rivestiti d’oro testimoniano la grandezza dei Dalai Lama, ma anche la fragilità della devozione. Tutto parla di fede, eppure c’è un senso di distanza, come se la sacralità fosse stata imbrigliata dal bisogno di conservarla.

I corridoi si susseguono come un sogno. Un monaco passa in silenzio, sfiorando con le dita un rosario consumato; la luce che filtra da una finestra taglia l’ombra e accende d’oro una statua del Buddha. Per un istante, il tempo si ferma — poi riprende, lento, misurato come un respiro.

Il biglietto d’ingresso costava 45 yuan, e con altri dieci si poteva salire fino al tetto. Da lassù, la città si apre come un mandala. Si distinguono le cupole dorate del Jokhang, il nastro argentato del fiume Kyichu, e oltre, le montagne sacre che chiudono l’orizzonte. Il vento è forte, quasi violento, ma ha un profumo di libertà. E in quel momento si capisce che il Potala non è solo un edificio — è un ponte tra la terra e il cielo, un luogo dove anche la pietra sembra pregare.

Oggi il Potala resta un monumento maestoso, ma la sua sacralità è racchiusa dietro vetri, tornelli e prenotazioni digitali. Per entrare serve un biglietto prenotato giorni prima, e all’ingresso ti accolgono scanner e controlli di sicurezza. La salita si fa ancora a piedi, ma scandita da limiti di tempo: 60 minuti per l’interno, 30 per il tetto. Le file di pellegrini ci sono ancora, ma si mescolano a gruppi turistici con guide e auricolari.

Dentro, il percorso è guidato e sorvegliato. I corridoi odorano ancora di incenso, ma la luce è controllata, i passaggi ristretti. Le cappelle sono chiuse da corde, e lo splendore dei reliquiari dorati si percepisce a distanza. È un’esperienza più ordinata, più sicura — ma forse anche meno mistica.

NOTA STORICA

Il Potala, cuore del Tibet

Costruito nel XVII secolo dal Quinto Dalai Lama sul colle del Marpo Ri, il Potala domina Lhasa come una montagna sacra di pietra bianca e ocra. Con i suoi tredici piani, oltre mille stanze e cappelle immerse nell’oscurità, era più di una reggia: era il centro del potere spirituale e temporale del Tibet. Qui viveva il Dalai Lama, guida politica e religiosa, circondato da monaci, funzionari e pellegrini che giungevano da ogni regione dell’altopiano. Le sue sale custodiscono reliquie, statue dorate e gli stupa funerari dei Dalai Lama, avvolti nel profumo d’incenso e burro di yak. Dalla terrazza più alta, lo sguardo si apre sulla valle del Kyichu, dove il vento agita le bandiere di preghiera e tutto sembra sospeso tra cielo e terra.

Oggi il Potala non è più una residenza, ma un museo protetto dall’UNESCO. L’accesso è regolato, i visitatori entrano a gruppi e il silenzio è rotto dal fruscio delle guide e dal passo ordinato dei turisti. Eppure, nonostante i controlli e i restauri, il palazzo conserva intatta la sua aura. Chi lo percorre percepisce ancora il peso del sacro, come se ogni muro respirasse il tempo. Per i tibetani, il Potala resta il cuore di Lhasa, meta di pellegrinaggio e preghiera: ogni giorno, uomini e donne compiono la kora attorno al colle, mormorando mantra e facendo girare le ruote di preghiera, proprio come se il Dalai Lama fosse ancora lì, affacciato a benedire la valle.

Norbulingka, il giardino dei gioielli

Scendiamo verso la città e saliamo su un autobus affollato — 2 yuan a persona, stipati tra monaci, donne con trecce nere intrecciate di lana e contadini che portano sacchi di farina. Il bus sobbalza lungo la strada che costeggia il fiume Kyichu, fino al Norbulingka, la residenza estiva del Dalai Lama.

Dopo la severità del Potala, questo luogo appare come un sollievo: l’aria è più dolce, i rumori si spengono tra i salici, e persino la luce sembra più gentile. Dentro le mura si apre un giardino di pace: canali, ponticelli, padiglioni dipinti di rosso e oro. Il biglietto costa 20 yuan, ma quel che si trova vale più d’ogni moneta — il silenzio, la grazia, la sensazione che il tempo si sia fermato. Le sale, già allora trasformate in museo, raccontano un’epoca di quiete e splendore perduto: il Dalai Lama che riceve ospiti, i monaci che copiano sutra, il giardino come rifugio dell’anima.

Oggi, chi arriva qui trova un sito UNESCO curato e ordinato, ma lo spirito del Norbulingka è rimasto intatto. I giardini sono vivi, percorsi da pellegrini e famiglie tibetane che durante lo Sho Dun Festival stendono tappeti sull’erba e condividono tè e risate. Il Palazzo del XIV Dalai Lama conserva ancora gli arredi originali: scrivanie, fotografie, libri, come se il tempo avesse solo chiuso una porta dietro di sé. E mentre il vento muove le bandiere di preghiera tra i salici, si ha l’impressione che quel respiro leggero del 1995 sia ancora lì — sospeso tra devozione e quotidianità, tra un Tibet che cambia e un altro che resiste.

Il tempio del Jokhang: cuore della fede tibetana

Un anziano al mercato di Lhasa

Nel pomeriggio raggiungiamo la Piazza Barkhor, il cuore spirituale di Lhasa. Attorno al Jokhang, il monastero più sacro del Tibet, scorre un’umanità incessante: monaci avvolti in tuniche porpora, pellegrini che si prostrano al suolo, mercanti che vendono rosari, incensi e piccole statue votive. Il Potala si intravede in lontananza, ma qui, tra le bancarelle e il profumo di burro di yak, si respira qualcosa di più profondo: l’anima viva del Tibet.

Il Jokhang, “la Casa del Jowo”, fu fondato nel VII secolo dal re Songtsen Gampo, che introdusse il buddhismo in Tibet. La leggenda narra che la statua del Buddha bambino, il Jowo Shakyamuni, fu portata qui dalla principessa cinese Wencheng, sua sposa, come pegno di pace e di fede. Da allora, ogni pellegrino sogna di raggiungere almeno una volta nella vita questo luogo, considerato il vero ombelico spirituale del Paese.

Nel 1995 l’accesso era libero, e le pietre levigate della piazza raccontavano secoli di prostrazioni. Davanti al portale, uomini e donne di ogni età si inchinavano fino a terra, le mani e la fronte che battevano sul suolo in un ritmo lento e infinito. Dentro, il tempio era immerso nella penombra: un mondo di icone dorate e tanka color zafferano, di pareti annerite dal fumo e lampade tremolanti di burro di yak. Il canto basso dei monaci si mescolava al mormorio delle preghiere, e l’aria vibrava come una corda tesa tra il sacro e il terreno.

Oggi le pareti sono più luminose, i cortili restaurati, le statue protette da vetri. Eppure, chi entra al Jokhang sente lo stesso respiro di allora. La fede non è cambiata: fuori, il Barkhor continua a girare, un anello di devozione ininterrotto. I pellegrini percorrono il circuito sacro in senso orario, le mani che girano ruote di preghiera, il vento che agita bandiere colorate cariche di mantra. Al tramonto, le ombre si allungano sulle lastre della piazza, e ancora si ode il suono delle prostrazioni — quel battito lieve che da tredici secoli accompagna il cuore del Tibet.

Dai tetti dorati del tempio, la vista abbraccia tutta Lhasa: le montagne brune all’orizzonte, il fiume Kyichu che scorre lento e, più lontano, il Potala che brilla nella luce del pomeriggio. Tutto sembra unito da un filo invisibile: il potere, la fede, la quotidianità. E quando scendiamo di nuovo tra i vicoli, ci accorgiamo che il Jokhang non è solo un tempio, ma un ponte tra epoche — dove il Tibet continua a pregare, e a resistere.

Un giorno tra i monasteri di Lhasa: Ganden

La sveglia suona alle 6:30, quando Lhasa è ancora immersa nella luce diafana dell’altopiano. L’aria è fredda, pungente, ma il cielo promette una giornata limpida. Dopo la colazione al nostro Himalaya Hotel, saliamo sul pullman che abbiamo prenotato la sera prima per un’escursione tra i tre più celebri monasteri del Tibet: Ganden, Drepung e Sera.

Dopo quaranta chilometri di salita lungo una pista sterrata, l’autobus arranca tra tornanti e vallate spoglie, sollevando nuvole di polvere. Lassù, a 4280 metri, appare Ganden, come un miraggio appollaiato tra le nuvole. È difficile immaginare un luogo più solenne: il monastero si aggrappa alla montagna come un nido d’aquila, dominando la valle del fiume Kyichu. Fu fondato nel 1409 da Tsongkhapa, il grande riformatore dell’ordine Gelugpa, e per secoli è stato uno dei tre pilastri del buddhismo tibetano insieme a Sera e Drepung.

Quando arrivammo, nel 1995, Ganden portava ancora le ferite della Rivoluzione Culturale. Molti edifici erano in ricostruzione, le mura crollate lasciavano intravedere cortili spogli, ma l’energia del luogo era intatta. Pagammo 20 yuan per l’ingresso e fummo accolti da un gruppo di monaci dal sorriso quieto, mentre il suono profondo dei corni tibetani si perdeva nell’aria sottile dell’altopiano. La nebbia saliva lenta dalle valli, velando il paesaggio in un chiarore lattiginoso. Poi, d’un tratto, il sole trafisse le nubi, e le cupole dorate del tempio scintillarono come fiamme contro le montagne.

NOTA STORICA

La Rivoluzione Culturale in Tibet

Tra il 1966 e il 1976, la Rivoluzione Culturale lanciata da Mao Zedong colpì duramente il Tibet, e Lhasa ne fu l’epicentro. I monasteri, simboli della cultura e dell’identità religiosa tibetana, furono considerati “reliquie feudali” e quindi distrutti o trasformati in magazzini, caserme e stalle.
Si stima che oltre il 90% dei luoghi sacri del Tibet sia stato devastato in quegli anni. Migliaia di monaci furono espulsi, imprigionati o costretti a rinunciare ai voti; statue e manoscritti antichi vennero bruciati o trafugati. A Lhasa, il Potala fu risparmiato solo perché trasformato in museo sotto controllo statale, mentre molti complessi come Ganden o Sera subirono danni irreparabili.

Con la fine della Rivoluzione Culturale, negli anni ’80, il governo cinese avviò una graduale politica di restauri e riapertura dei monasteri, ma sotto stretto controllo politico. Oggi, le ricostruzioni visibili a Lhasa e dintorni raccontano non solo la rinascita della fede, ma anche la memoria di un trauma collettivo che ha segnato profondamente l’anima tibetana.

Dopo la visita, decidemmo di percorrere un tratto della Kora di Ganden, il sentiero sacro che circonda il monastero e si arrampica fino a 4520 metri. Camminare lassù era come sfiorare il confine tra terra e cielo: bandiere di preghiera sventolavano ovunque, tese tra rocce e cippi votivi, le formule sacre portate via dal vento verso l’infinito. Ogni passo era un atto di fede e di respiro corto, in un silenzio così profondo che si udiva solo il battito del cuore.

Oggi, trent’anni dopo, Ganden è stato quasi interamente ricostruito. Le sue sale sono ornate di affreschi restaurati, i tetti di bronzo rilucenti sotto il sole, e centinaia di monaci sono tornati a studiare e pregare qui. Ma, al di là del restauro, ciò che resta immutato è l’emozione che si prova sul suo crinale: quella sensazione di trovarsi sospesi tra la materia e lo spirito, tra il rumore del mondo e la quiete assoluta dell’altopiano tibetano.

Il monastero di Drepung

Verso mezzogiorno lasciamo il monastero di Ganden e torniamo verso Lhasa, percorrendo la strada bianca che serpeggia tra i pendii deserti. Dopo un’ora e un quarto di viaggio rientriamo in città e ci dirigiamo verso il Drepung Gompa, situato a 3900 metri, sulle colline a ovest di Lhasa.

Fondato nel 1416 dal discepolo di Tsongkhapa, Jamyang Chöje, Drepung fu per secoli la più grande università monastica del Tibet. Si dice che un tempo ospitasse oltre 10.000 monaci, intenti a studiare filosofia, logica e astrologia buddhista.
Nel 1995, quando lo raggiungemmo con un piccolo bus locale, ne restavano poche centinaia: silenziosi, avvolti nei loro manti color zafferano, si muovevano tra i cortili inondati di luce, sotto bandiere di preghiera sbiadite dal vento. Le sale principali erano ancora annerite dal fumo delle lampade al burro, ma piene di vita interiore.

La Coqen Hall, la sala d’assemblea, ci accolse con il suono cupo dei corni tibetani: un richiamo che pareva arrivare dalle montagne stesse. Intorno si estendevano i quattro Dratsang, i collegi monastici, ciascuno con il proprio ritmo, i propri insegnamenti, i propri cortili affrescati. Camminando tra le terrazze, si percepiva il peso della storia e, al tempo stesso, la leggerezza di una fede che resisteva dopo decenni di distruzione.

Oggi, trent’anni dopo, Drepung è tornato a essere un luogo vivo. I tetti sono stati restaurati, le pareti ridipinte, e circa 400 monaci continuano a studiare e pregare qui, mantenendo viva la tradizione Gelugpa. Durante la Festa dello Yogurt (Sho Dun), migliaia di tibetani accorrono per assistere allo srotolamento del grande thangka del Buddha, una visione che illumina la montagna come un miracolo di stoffa e devozione.

Monastero di Sera

Nel pomeriggio raggiungiamo il Sera Gompa, adagiato a 3745 metri alle porte settentrionali di Lhasa. L’aria è più calda, la luce più morbida: il monastero appare tra gli alberi come un villaggio fortificato, una costellazione di tetti dorati e mura bianche che si arrampicano sul pendio. Fondato nel 1419, pochi anni dopo Drepung, Sera fu per secoli uno dei centri più vivi della scuola Gelugpa, luogo di formazione e di confronto, dove la fede si misurava con la logica e il ragionamento.

Nel 1995, appena varcato il grande portale, ci accoglieva il brusio dei monaci radunati nei cortili. A differenza del silenzio ieratico del Potala o della solennità di Ganden, qui tutto sembrava muoversi. Tra gli alberi di fico e i ciottoli del cortile, centinaia di giovani monaci si affrontavano nei dibattiti filosofici: un dialogo rituale fatto di domande, repliche, battiti di mani e gesti improvvisi.Ogni colpo di palmo, secco e sonoro, sembrava scuotere l’aria sottile, come a scacciare l’errore e affermare la verità. Osservarli era come assistere a una danza sacra della mente: la religione che diventa ragione, la fede che si fa parola.

Oggi, i cortili di Sera si riempiono ogni pomeriggio di turisti e pellegrini, ma la scena è la stessa. I monaci vestiti di rosso, chini o eretti, discutono con fervore, gli occhi accesi e le mani in movimento. Intorno, i visitatori osservano in silenzio, spesso senza capire, ma inevitabilmente affascinati. Il dibattito non è spettacolo, è preghiera ragionata: una forma antica di meditazione intellettuale che ancora resiste, anche tra le mura restaurate e le regole del turismo moderno.

Quando lasciamo Sera, il sole scende dietro le montagne e colora Lhasa di rame e di fuoco. Le vette si dissolvono in ombre viola, mentre la città, ai piedi dell’altopiano, accende le prime luci. Torniamo al nostro Himalaya Hotel tra il profumo di yak butter e il silenzio che cala lento. A cena, un piatto di riso e verdure, un sorso di tè salato. Poi una breve passeggiata nel Barkhor, che di notte respira come un cuore antico. Ogni finestra, ogni candela tremolante, sembra ricordarci che qui, davvero, il cielo è più vicino alla terra.

Domani si parte davvero. Lhasa rimane alle nostre spalle come un miraggio di cupole dorate e canti lontani. Davanti, solo l’altopiano infinito e la promessa del Kailash, montagna sacra a tutti e accessibile a pochi. L’aria si fa più sottile, le ruote mordono la polvere: il Tibet ci mette alla prova, e ogni chilometro diventa un passo verso qualcosa che va oltre il viaggio stesso. Continua a seguirci: il viaggio attraverso l’altopiano tibetano è appena cominciato.

Partecipante al festival di Gyantse con indosso abiti tradizionali e una maschera.

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