Ho sempre amato il rafting. Nel corso degli anni ho fatto molte discese in Val D’Aosta e in Piemonte, nella mitica scuola dei fratelli Bernasconi. E poi in Trentino, in Val di Sole dove per poco non ci ho lasciato la pelle (ma questa è un’altra storia…)
’agosto del 1996 decido di unirmi al gruppo di appassionati di rafting che faceva capo all’esperienza della guida Giovanni Dall’Oglio, per un mitica discesa di un tratto dell’impetuoso Rio Apurimac, in Perù. 2 agosto 1996 (1° giorno: Partenza)
All’aeroporto di Roma il gruppo ha tutta l’aria di una grande spedizione.
Oltre ai nostri bagagli personali, portiamo con noi tutta l’attrezzatura per il rafting stipata in grossi bidoni blu a prova d’acqua. Mute semistagne, sottomute, salvagenti, numerose corde, caschi di protezione, calzari in neoprene…; insomma tutto ciò che serve alla navigazione, tranne i gommoni !
Il nostro primo scalo è Caracas, dove ci attende una veloce coincidenza per Lima.
Mentre i nostri bagagli stanno già volando a destinazione in Perù, noi restiamo in trepidante attesa del prossimo volo che oggi probabilmente non partirà.
Dopo molte ore di attesa in aeroporto e altrettante scuse da parte dei funzionari responsabili, una navetta della compagnia area ci accompagna all’Hilton di Caracas per trascorrere la notte. Si tratta di un fuori programma che tutto sommato ci consente di rilassarci dopo il volo transoceanico, all’interno di una struttura a 4 stelle con tanto di sauna e piscina.
3 agosto 1996 (2° giorno: Caracas)
Abbiamo qualche ora di tempo da trascorrere per le vie di Caracas, ma la capitale del Venezuela non ha nulla di particolare da offrire. Moderna e congestionata, con palazzoni che salgono in cielo a fianco di basse costruzioni fatiscenti. Clima caldo umido.
In aeroporto invece ci sono ancora problemi e ancora una volta non riusciamo ad imbarcarci tutti insieme. Tutto il gruppo (in totale siamo in 12, due equipaggi da 6 persone) si ritroverà a Lima verso mezzanotte, bagagli compresi.
Questa volta la sistemazione che ci aspetta è più spartana: si dorme in aeroporto poiché il nostro volo per Cuzco partirà all’alba. Alle 4.30 del mattino, quando apre il check-in per il nostro volo scopriamo che siamo soltanto in lista d’attesa e probabilmente non ci sono posti per tutti sull’aereo. Siamo decisamente sfortunati con il piano voli e abbiamo perso due giorni soltanto per i trasferimenti.
4 agosto 1996 (3° giorno: Cuzco)
Cuzco é situata su un vasto pianoro del versante meridionale della Cordigliera Orientale, 500 km a sud-est di Lima . In lingua quechuasignifica ombelico e in effetti si stende al centro di in un’ampia vallata circondata dalle montagne. La città fu capitale dell’impero Inca e ancor oggi si possono ammirare antichi resti e mura che, in seguito sono state utilizzate come basamento per opere coloniali posteriori, come il Coricancha, il più ricco tempio inca, su cui poggia la chiesa di Santo Domingo.
Centro e cuore della città è la Plaza de Armas; ci troviamo a 3400 metri di altitudine e l’aria rarefatta si fa sentire. Passeggiamo con lentezza intorno alla piazza, dove sorgono portici di epoca coloniale. Sul lato nord-est è situata la Cattedrale e sono visibili antichi resti di mura incaiche, in particolare quelli del Palazzo di Pachacutec.
Cuzco è una cittadina piacevole, con un’atmosfera rilassata e tranquilla.
5 agosto 1996 (4° giorno: Cuzco e dintorni)
Mentre Giovanni (Dall’Oglio) si occupa di contattare alcune guide per la nostra discesa in gommone, ne approfittiamo per una breve escursione nei dintorni di Cuzco.
Pisac si trova a circa 32 km e per la verità non ha molto da offrire se non alcuni antichi terrazzamenti Inca.
Molto bella e suggestiva invece è la fortezza di Sacsayhuamán che si erge sulla collina di Carmenca, dominando da nord la città di Cuzco. Costruito tra il 1438 e il 1500 circa, questo grandioso complesso presenta un triplice ordine di cinte murarie, lunghe trecento metri, realizzate con enormi massi di pietra e connessi con grande precisione. In effetti tra una roccia e l’altra non riesco ad infilare nemmeno la lama del mio coltellino !
6 agosto 1996 (5° giorno: Rio Apurimac)
Il nostro pulmino è carico all’inverosimile. L’attrezzatura e i nostri bagagli lasciano ben poco spazio libero per sedersi. Verso le 10 am siamo pronti a partire.
La nostra meta è il Rio Apurimac (“Apu” Dio “Rimac” che parla). Questo è il nome che gli antichi abitanti delle montagne peruviane dettero a quella che è considerata la sorgente del Rio delle Amazzoni. Il tratto più interessante di questo fiume è quello che si trova ai piedi del grande massiccio andino del Vilcanota al confine tra la regione di Cuzco e quella di Abancay. Qui l’Apurimac sprofonda all’interno di una spaccatura orografica di dimensioni straordinarie.
La strada che dobbiamo percorrere è molto lunga e dissestata. Il panorama, man mano che si sale, sempre più incantevole. Questo dislivello spiega la grande varietà di climi di questa regione, da quelli tropicali nelle zone più profonde della valle, a quelli temperati nelle alture, dove pascolano greggi di animali indigeni. La maggior parte del territorio del dipartimento di Apurímac è situato nella regione Quechua, tra i 2.500 ed i 3.500 metri di altitudine.
Dopo parecchie ore di viaggio arriviamo finalmente all’imbocco delle gole dell’Apurimac.
Dall’alto di un ponte che funge da “imbarcadero” caliamo con le corde tutta l’attrezzatura sulle rive del fiume e stipiamo i contenitori stagni con tutto l’occorrente per 4,5 giorni di discesa. Tende, abiti di ricambio, viveri e quant’altro possa servirci . Gonfiamo i gommoni e indossiamo le mute stagne.
Riusciamo a partire solo nel tardo pomeriggio. Anche se siamo a quota 3000 metri, fa molto caldo e le mute non agevolano i nostri movimenti.
Nel primo giorno percorriamo un tratto di fiume breve ma molto suggestivo. Ci accampiamo nei pressi di una spiaggetta, in un’ansa del fiume: c’è molto vento stasera, ma non fa freddo. Le nostre guide sono anche cuochi eccezionali: stasera a cena cucinano zuppa, pollo arrosto e risotto. La notte stellata chiude in bellezza questa lunga giornata di trasferimento; intorno al fuoco, oltre al crepitio delle fiamme ascoltiamo i suoni del fiume; il Dio che parla racconta alla nostra fantasia ciò che ci aspetta per l’indomani.
7 agosto 1996 (6° giorno: scendendo l’Apurimac)
Ci svegliamo all’alba. Oggi ci attendono le prime, impegnative rapide di 3° e 4° grado.
Classe 3 – Difficile:…percorso visibile, corrente impetuosa, rapide facili ma con onde alte e irregolari, massi, salti, curve e ostacoli diversi in corrente.
Classe 4 – Molto difficile:
…passaggi non visibili in anticipo dall’acqua, spesso necessaria ricognizione a piedi, grandi e continue onde, rulli e lunghe rapide.
Sono nel gommone di testa, da primo. Il “primo” di prua dà il ritmo al gruppo, seguendo le indicazioni della guida che, al capo opposto (poppa) fa da timoniere.
Da questa posizione “privilegiata” si vede tutto e si vive il fiume al massimo. Vedo i sassi che si parano davanti a noi, le sporgenze di roccia lungo i bordi più stretti del canyon, le grandi onde e i profondi “buchi” nell’acqua. In certi tratti saltiamo così in alto che la mia pagaia per alcuni, interminabili istanti, non tocca più l’acqua !
In alcuni punti del fiume non possiamo proseguire a causa di rapide troppo violente (6° grado). In questi casi occorre attraccare con i gommoni, scaricare l’equipaggiamento e portare tutto quanto in spalla lungo le rive sassose, per superare la rapida. Spesso ci sono diverse rapide concatenate e allora dobbiamo attraversare lunghi tratti a piedi prima di poter riprendere la navigazione.
E’ una fatica estenuante sostenere il fardello dei gommoni che, seppur svuotati, pesano parecchio.
Abbiamo anche al seguito una specie di zattera-catamarano, condotta da un’esperto istruttore sudamericano, Joseph. Questo mezzo è più agile tra le rapide e basta una sola persona per condurlo, con un paio di remi. Nel centro, sotto la pancia del catamarano, sono fissati tutti i nostri beni (camere fotografiche, documenti personali di viaggio, denaro) all’interno di una cassa stagna.
Di fronte ad una pericolosa rapida di 5° grado Joseph, dopo un’attenta perlustrazione della gola, decide di tentarne la discesa. La rapida è impetuosa e passa attraverso una strettoia del canyon che non consente margini d’errore. Purtroppo le cose non andranno per il meglio e Joseph verrà sbalzato via dalla zattera urtando violentemente contro una roccia, per fortuna senza gravi conseguenze.
Tutto il nostro materiale, insieme al catamarano proseguirà la sua folle corsa lungo il fiume per diversi chilometri, ribaltandosi e incagliandosi tra le rocce.
Stanchi, a metà giornata ci fermiamo per una sosta e per pranzare. Fa molto caldo e siamo assaliti dalle zanzare; non sono mai stato così punto in vita mia !
La sera, raccolti intorno al fuoco, ci troviamo inevitabilmente a raccontare quanto vissuto durante la giornata e ad usciugare i nostri documenti, le macchine fotografiche e quel che resta dei rullini fotografici !
8 agosto 1996 (7° giorno: lungo l’Apurimac)
Oggi ci attende una rapida piuttosto difficile, del 5° grado
Classe 5 – Estremamente Difficile: …ricognizione indispensabile, grandi onde irregolari, lunghe rapide con manovre limitate, passaggi stretti, salti alti con entrata e/o uscita difficile.
Come sempre smontiamo il campo all’alba. Prepariamo le borse stagne e indossiamo le mute con una certa apprensione. Siamo partiti soltanto da pochi minuti, ma già in lontananza si riesce a sentire il fragore della rapida. Ascoltiamo con attenzione le ultime indicazioni della nostra guida. Il suo volto è teso, capiamo che non c’è molto da scherzare.
Il passaggio è veramente infernale, la portata d’acqua eccezionale, grandi rocce, onde pazzesche. Non possiamo permetterci di sbagliare: si rischia il ribaltamento, di finire in acqua o ancor peggio di sbattere contro le rocce. Anche i mulinelli (le cosiddette “lavatrici”) che si formano a ridosso dei sassi sono pericolosissimi perché creano un risucchio dal quale non è facile uscire e che tende a tirarti sott’acqua. (questo mi accadde in Val Di Sole, …ma questa è un’altra storia).
Remare in queste condizioni è davvero proibitivo. Ci sono buchi e salti impressionanti. Il fragore altissimo, l’adrenalina scorre a fiumi. Il passaggio dura pochi, interminabili istanti.
Attraversata la rapida attendiamo con ansia l’arrivo dell’altro equipaggio, che passa indenne. Il resto della giornata trascorre con rapide più o meno facili e divertenti (di certo siamo tutti più rilassati).
Verso sera, superato Ponte Cuniac, presidio militare strategico, facciamo una sosta per un bagno alle sorgenti di acqua calda, a poche centinaia di metri dalla riva del fiume.
L’area è ben attrezzata con docce e diverse piscine; l’acqua non è caldissima e la temperatura esterna non aiuta. La sera facciamo il campo sulla riva opposta; una buona cena, quattro chiacchiere e poi a dormire.
Ormai seguiamo il ritmo del giorno e della notte; si va a dormire non oltre le 21.30 e ci si sveglia con i primi raggi di sole.
Da queste parti oltre ai tremendi mosquitos occorre stare attendi agli scorpioni il cui morso non è letale ma molto, molto doloroso. Qualcuno del gruppo se ne trova uno nelle scarpe la mattina seguente; bisogna prestare molta attenzione ai vestiti che si lasciano ad asciugare la notte !
9 agosto 1996 (8° giorno: lungo l’Apurimac)
Oggi si prevede una giornata tranquilla. Non indossiamo le giacche ad acqua perché fin dal mattino inizia a fare caldo. Poco dopo incontriamo la prima rapida e veniamo sommersi da un’onda gigantesca; restiamo paralizzati, impreparati e infreddoliti. Non era previsto e ci sorge il dubbio che le guide ci abbiano teso un tranello. In effetti la giornata sarà la più impegnativa e più bella di tutto il percorso.
Lo scenario intorno a noi è spettacolare. Scendere lungo un fiume permette di raggiungere posti di incredibile bellezza.
Ad un certo punto, per un nostro errore, finiamo in un tratto del fiume pieno di rocce sporgenti; siamo incagliati in piena corrente e dobbiamo trovare il modo di uscirne. Dopo qualche tentativo dall’interno del gommone, scendiamo tutti su una roccia vicina tentando con una fune di spostarlo, ma la corrente è molto forte.
Legato ad una cima, entro in acqua tentando di raggiungere la prua del gommone e, facendo leva in qualche modo, di disincagliarlo. Dopo molti sforzi riesco a smuoverlo e a portarlo nella giusta direzione; velocemente tutti saltano a bordo e io resto aggrappato all’esterno, fissando la cima ad una roccia, per tenerlo in trazione.
Poi i miei compagni mi aiutano a salire e, impugnate le pagaie, ci rituffiamo nella corrente. Molte rapide ancora ci aspettano, alcune alzano il gommone quasi in verticale. Non avevo mai vissuto un’esperienza così forte a bordo di un battello pneumatico !
E’ ormai primo pomeriggio quando arriviamo all’antico ponte incaico che unisce le rive dell’Apurimac, prima che queste si stringano a formare l’oscuro " Abisso di Acobamba".
Sgonfiamo i gommoni e con fatica non indifferente li portiamo a spalla sulla strada sovrastante il fiume. Ad attenderci con cavalli e muli ci sono alcuni campesinos con i quali Giovanni aveva preso accordi. Carichiamo tutti i nostri bagagli sui muli e montiamo a cavallo per dare inizio alla lunga salita verso il nevaio del Salcantay (6271 mt.) percorrendo un sentiero di incredibile bellezza.
Il ponte che dobbiamo attraversare sull’Apurimac è impressionante, a circa 40 metri d’altezza, sostenuto da tiranti in acciaio ma con la passatoia fatta ancora di legno e frasche intrecciate; confesso di aver avuto non poche vertigini ad attraversarlo. I nostri cavalli vengono bendati per impedire che si imbizzarriscano.
Stanotte pernotteremo in una fazenda poco distante. Saliamo su sentieri strettissimi e scoscesi a strapiombo sulla valle dell’Apurimac. Il mio cavallo arranca a fatica, sembra dover cedere da un momento all’altro; poi, all’improvviso, un passo falso posando malamente uno zoccolo troppo vicino al bordo del sentiero. L’animale scivola, incespica, sbilanciandomi pericolosamente verso l’esterno. Per un miracolo riesce a ritrovare l’equilibrio, mentre io perdo dieci anni della mia vita !
Dopo un’ora circa giungiamo alla fazenda. Si tratta in realtà di una casa diroccata con un portico dal tetto di paglia e un piccolo cortile circondato da mura in rovina dove lasciamo a pascolare i cavalli. Ci sistemiamo tutti quanti per terra, in una stanza al piano di sopra. Le assi di legno del pavimento reggono a malapena il peso di tutti noi. Le pareti e il soffitto, rivestiti con canne di bambù e fango come intonaco, pullulano di pulci.
10 agosto 1996 (9° giorno: verso il Salcantay)
Selliamo i cavalli e alle dieci del mattino siamo pronti a partire. La giornata è splendida e la mole imponente del ghiacciaio del Salcantay è proprio di fronte a noi. Saliamo attraversando ripidi pendii, attraverso una fitta vegetazione e in alcuni casi scendiamo a piedi per evitare di cadere nei passaggi più rischiosi. In serata giungiamo nei pressi di un pascolo e facciamo il campo montando le nostre tende sul terreno scosceso. Una notte piuttosto scomoda.
11 agosto 1996 (10° giorno: il Salcantay)
Nel primo pomeriggio dovremo raggiungere la base del ghiacciaio del Salcantay. A quota 5500 metri proseguiamo a piedi, cercando di far salire con noi i cavalli. Il passo si trova a 6000 metro di quota. Qui il tempo cambia radicalmente: la nebbia ci impedisce di vedere il paesaggio circostante e il freddo ci assale. Dopo una breve pausa per riposarci, cominciamo la discesa verso la valle del Rio Santa Teresa, lasciando liberi i cavalli perché in discesa è troppo pericoloso restare con il proprio destriero. Man mano che si procede nella discesa, l’ambiente si fa sempre più tropicale. Nel tardo pomeriggio giungiamo in un’ampia valle dominata da una meravigliosa cascata.
Ci accampiamo all’interno di un recinto in pietra, utilizzato per marchiare i cavalli. La sera trascorre attorno al fuoco, in allegria tra canti e cori a scuarciagola.
12 agosto 1996 (11° giorno: verso Santa Teresa)
Stiamo ormai per raggiungere il piccolo agglomerato di Santa Teresa.
Attraversiamo numerosi villaggi di contadini, attraversando numerose piantagioni di tè, caffè e tabacco. Alcuni dei nostri cavalli sono feriti, con tagli profondi lungo l’attaccatura della coda per l’eccessivo peso della loro bardatura. Facciamo campo nei pressi di un bel torrente dove finalmente ne approfittiamo per lavarci. Monto la tenda velocemente, poi mi metto a letto decisamente affaticato.
13 agosto 1996 (12° giorno: Santa Teresa – Quillabamba)
Oggi è l’ultimo giorno che trascorriamo a cavallo. Non sono abituato a cavalcare per molti giorni e ho il fondoschiena letteralmente a pezzi. Decido così di percorrere a piedi gli ultimi chilometri che ci separano da Santa Teresa. Siamo ormai a bassa quota e fa piuttosto caldo. Verso le 13 arriviamo al villaggio; da qui prenderemo il treno per Quillabamba.
Una folla festante, come nei migliori happy end, ci accoglie con calore. Scarichiamo i fardelli dai nostri cavalli sotto gli occhi di tutto il paese. Santa Teresa è un paesino molto caratteristico tagliato in due dai binari della ferrovia. E proprio lungo i binari si svolge l’attività commerciale del paese. Ogni treno che passa rappresenta l’occasione per vendere del cibo o qualche bevanda.
Con grande emozione salutiamo i nostri amici “campesinos” che al tramonto ritornano alle loro fazende urlando e incitando i cavalli al galoppo.
Alla fioca luce dei lampioni improvvisiamo con i ragazzi del paese una partita di pallone. Poi l’arrivo del treno con il buio, la sua fragorosa sirena ad interrompere i nostri giochi e l’assalto al treno nella notte, con il panico di non riuscire a caricare tutti i bagagli prima che si rimetta in moto. Urla e spintoni per salire velocemente sul treno che non aspetta nessuno e riparte dopo pochi minuti con la folla che ancora cerca di arrampicarsi sulle carrozze stipate all’inverosimile. Solo a notte fonda arriviamo a Quillabamba.
14 agosto 1996 (13° giorno: Pongo di Mainique)
Con un pulmino partiamo in direzione di Kiteni, dove ci imbarcheremo per il Pongo di Mainique. La strada che percorriamo è alquanto monotona e in pessime condizioni. Impiegheremo circa 11 ore per arrivare a destinazione. E’ sera tardi ormai e non ho voglia di montare la tenda lungo le umide rive dell’Urubamba. Decido, insieme a qualcun altro, di dormire sul pulmino.
15 agosto 1996 (14° giorno: Pongo di Mainique)
Contrattiamo due “pele pele” a motore (così vengono chiamate le lunghe canoe) per portarci verso il Pongo. Il percorso lungo il fiume è decisamente monotono e dopo molte ore di navigazione raggiungiamo il “famoso” canyon che stringe tra le sue strette pareti il fiume Urubamba e che sulla carta è indicato come Pongo. Tanto decantato dalle nostre guide di viaggio, il canyon di Mainique mi delude alquanto. Il fiume qui si restringe e le pareti a picco del canyon si avvicinano con molteplici cascate d’acqua. Ma nulla di più. Non è più lungo di 500 metri e lo attraversiamo senza grandi entusiasmi.
Trascorriamo la notte accampati sulla riva del fiume, gustando un delizioso pesce che le nostre guide hanno pescato con…la dinamite ! Ebbene si, durante la giornata, di tanto in tanto si divertivano a lanciare in acqua i pericolosi candelotti, raccogliendo così il cibo per la nostra cena.
16 agosto 1996 (15° giorno: Pongo di Mainique)
Ci alziamo all’alba per il viaggio di ritorno. Monotono e faticoso. Molte ore in lancia per ritornare a Kiteni e poi altre 11 ore faticosissime fino a Quillabamba. Francamente è stata un’esperienza deludente.
17 agosto 1996 (16° giorno: Agua Calientes)
La mattinata trascorre tranquilla in giro per Quillabamba, che non ha molto da offrire. E’ una tipica città di frontiera, occupata dal commercio e per nulla turistica. In stazione ci aspetta il treno per Agua Caliente, situata ai piedi di Machu Picchu.
I treni in Perù non hanno orari precisi. E’ sempre meglio presentarsi in stazione con largo anticipo per non rischiare di perdere il passaggio. Le biglietterie non sono sempre aperte o aprono poco prima dell’arrivo del treno e spesso bisogna fare lunghe code per ritirare il ticket.
Sui treni si viene accolti da un concentrato di varia umanità. Ad ogni sosta poi, siamo assaliti da venditori ambulanti di bibite, panini, gelatine colorate (tanto apprezzate dai locali), e poi banane, arance, carne. Viaggiamo in prima classe, quella turistica che tutto sommato è piuttosto comoda.
In tarda serata giungiamo ad Agua Calientes. Il paese è carino e ricorda Santa Teresa. Il nostro albergo, di cui non ricordo il nome, ricorda un rifugio di montagna sulle Alpi. Sulla piazza principale un gruppo musicale rallegra la serata e presto ci ritroviamo a ballare con la gente del posto.
18 agosto 1996 (17° giorno: Machu Pichu)
Stamane la sveglia ci tira giù dal letto alle 5; ci aspetta il primo bus che sale alle rovine. Il tempo non è dei migliori e, dopo aver risalito i ripidi tornanti che portano al sito archeologico, siamo accolti da una finissima ma incessante pioggerellina. In compenso i pochi turisti a quell’ora e la nebbia bassa tra le rovine rendono il posto veramente suggestivo. Machu Picchu, soprannominata la città perduta degli Inca, è un sito archeologico precolombiano, situato in una zona montana a 2.700 metri di altitudine nella valle dell'Urubamba in Perù.
Girando tra le mura sembra di rivevere i giorni in cui qui fioriva la civiltà Inca, misteriosamente scomparsa. Saliamo sullo Huayna Picchu il monte che sovrasta il Machu Picchu e dal quale si può godere di una spettacolare visione sul sito archeologico dall'alto.. 45 minuti di salita su ampi gradoni, ma non molto impegnativa. Dall’alto la vista è splendida e aspetto che si diradi la nebbia per scattare qualche fotografia.
Per il ritorno a Cuzco si può optare per un volo in elicottero (70$ - 25 min.) oppure tornare in treno (5 ore). Dalle 14 siamo in coda di fronte alla biglietteria. Il treno turistico che abbiamo di fronte a noi è già al completo e finchè non parte non possiamo acquistare i biglietti per il prossimo che partirà alle 16.30. Restiamo comunque in coda per non perdere “la priorità acquisita”. A quest’ora sono molti i turisti che vogliono rientrare a Cuzco. Nel frattempo ricomincia a piovere forte. Il treno delle 16.30 è stato soppresso per un guasto al motore e così dobbiamo attendere quello delle 18.30, che arriverà in ritardo.
Siamo in molti a voler partire e ho il sospetto che non tutti abbiamo acquistato regolarmente il biglietto. All’arrivo, il convoglio viene letteralmente preso d’assalto dalla folla e a fatica, a forza di spintoni riusciamo a salire.
Soltanto alle 19.30 riusciamo a partire e il ritorno verso Cuzco sarà una vera e propria odissea. Dopo molte ore trascorse in piedi, pigiato tra i passeggeri, le gambe e la schiena cominciano a indolenzirsi. Decido allora di trovarmi un posto per sdraiarmi e mi infilo letteralmente sotto un sedile tra la sporcizia e l’odore di urina del vagone.
Arrivo stremato all’alba delle 5.30….
19 agosto 1996 (18° giorno: Cuzco)
Dormo fino alle 14 per riprendere le forze. Giornata di acquisti al mercatino locale e cena in un ristorante italiano.
20 agosto 1996 (19° giorno: volo su Lima)
Sistemazione in albergo nel primo pomeriggio. Un buon albergo in zona Miraflores, lungo la costa. La città di Lima non mi fa una grande impressione. La città è racchiusa dalle valli dei fiumi Chillón, Rímac, Surco e Lurín. Poichè arriva a toccare delle aree desertiche, alcuni la considerano la più estesa città al mondo costruita su un deserto, sopravanzando anche Il Cairo. La città di Lima fu fondata da Francisco Pizarro il 18 gennaio del 1535 con il nome di Ciudad de los Reyes (città dei Re). Oggi, nella prima decade del secolo, la sua "area metropolitana" è una città di oltre 8 milioni di abitanti. Lo smog raggiunge livelli elevati, e lungo la costa si accumulano i rifiuti di discariche all’aria aperta.
Il centro della città, Plaza de Armas, non è niente di speciale.
Visitiamo il Convento di San Francesco e le sue catacombe e il museo national (molto bello e interessante).
Serata a base di pesce.
21 agosto 1996 (20° giorno: Lima - Roma)
Si parte da Lima con il volo delle 11 via Buenos Airer. Scalo tecnico a San Paolo Do Brasil e arrivo a Roma dopo circa 11 ore di volo....
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