27 luglio 1994
5 amici, un progetto.
Seguire un lungo tratto del Great Rift, la grande spaccatura Africana, dal Malawi al Kenya in 5 settimane. La Rift Valley o anche Great Rift Valley (la valle della grande falla) è un vasto elemento geografico e geologico che si estende in direzione nord-sud per oltre 5000 km, dal nord della Siria (sud-ovest dell'Asia) al centro del Mozambico (est dell'Africa). La valle varia in larghezza dai 30 ai 100 km e in profondità da qualche centinaio a parecchie migliaia di metri.

Siamo in volo verso Amsterdam e da qui, con scalo tecnico a Daar El Salam, coincidenza  per Lilongwe, in Malawi.

28 luglio 1994
Il Malawi confina a sud e ad est con il Mozambico, a nord con la Tanzania e ad ovest con lo Zambia. Non ha sbocchi sul mare ma è bagnato dal Lago Malawi, (detto anche Niassa), che è il terzo lago più grande dell'Africa e copre circa un quinto della superficie del paese.

Il clima del Malawi è sostanzialmente subtropicale. La stagione delle piogge va da novembre ad aprile. Da maggio a ottobre le precipitazioni sono molto rare. Da ottobre a maggio il clima è caldo e umido lungo la costa del lago, nella valle dello Shire e nella zona di Lilongwe; l'umidità nel resto del paese è inferiore. Da giugno ad agosto, il clima nella zona del lago e il sud è caldo ma gradevole; nel resto del paese, la notte la temperatura può diventare piuttosto rigida, con temperature comprese fra i 5°-14°C (41°-57°F).

Atterriamo a Lilongwe, la capitale, dopo molte ore di volo. Unico nostro riferimento in città è il Golden Pickwick Hotel, dove abbiamo una prenotazione per la notte.

Non abbiamo la minima idea circa la possibilità di noleggiare auto fuoristrada sul posto, ma per affrontare il nostro viaggio dovremo in qualche modo trovarne una. Un altro problema da risolvere sarà quello del visto per la Tanzania. Infatti abbiamo un solo permesso ma ce ne serviranno due perché ci siamo accorti che per ben due volte dovremo entrare in quel paese.

Per tutta la giornata vaghiamo in città in cerca di un autonoleggio. Purtroppo i pochi mezzi disponibili non sono adatti al nostro viaggio. A noi serve un capiente fuoristrada; i minibus che ci propongono sono troppo costosi e non sempre affidabili per le strade che dovremo affrontare.

Nel tardo pomeriggio siamo ancora alla ricerca di un mezzo e, per la verità, leggermente preoccupati. Come ultimo tentativo passiamo dal Lilongwe Hotel dove si affollano tutta una serie di autisti più o meno improvvisati. Un simpatico personaggio, dal buffo nome di “Okey” ci propone una land rover, ma il mezzo non è di sua proprietà, bensì del fratello.
Quest’ultimo, un pezzo grosso della zona, è in giro per affari e per avere il permesso ad usare il fuoristrada dobbiamo recarci con il nostro simpatico autista a casa dei genitori.
Alla porta ci attendono alcune guardie, armate di mitra.  Il padre di “Okey” è il presidente di una qualche regione o provincia del Malawi !

Finalmente, dopo aver ottenuto il permesso di partire, possiamo vedere il mezzo. La land rover sembra in discrete condizioni e potrebbe fare al caso nostro. Dobbiamo ancora concordare il prezzo, ma per questo bisogna assolutamente aspettare il fratello. I tempi africani sono proprio questi, bisogna abituarsi e non farsi prendere dalla fretta. Alla fine, bene o male tutto si risolve !

Nel frattempo facciamo rifornimento di viveri e scorta d’acqua al locale supermercato .
Giriamo per la città senza dare nell’occhio; non abbiamo intorno a noi nessuno che ci importuni. E’ strano per un turista in Africa, ma ancora il Malawi non è un paese molto visitato dalla massa.

La città non ha un’identità vera e propria. E’ molto estesa, ma senza un centro preciso o una via principale. Un agglomerato sparso di edifici e non c’è molto da vedere.

Il clima è freddo, ventoso, il cielo coperto. Nel frattempo siamo riusciti a rintracciare il fratello di “Okey” e a concordare un buon prezzo per la vettura (non ricordo la cifra pagata)

La sera, dopo la sistemazione in albergo, usciamo in città per cambiare una grossa somma di denaro. Il posto che ci hanno segnalato è una squallida e puzzolente locanda.
Non ci sono turisti in giro ed è ormai notte fonda: il sole è calato alle 18

Il tizio che ci aveva dato appuntamento non si presenta e il proprietario della bettola ci chiede di seguirlo al bar d’angolo, poco raccomandabile anche quello; anche qui nessuna traccia del nostro uomo. Il fantomatico contatto è sparito, dileguato con il tramonto.

Un ragazzo si offre di accompagnarci a casa di un cambista. In macchina con noi ci sono altri due ragazzi. Ci stringiamo e partiamo. Non sono molto tranquillo; siamo pieni di soldi, siamo occidentali bianchi in una fredda notte africana e non abbiamo la più pallida idea di dove stiamo andando !

La casa non è molto lontana. Ci accoglie un grasso nero, intento a mangiare con la famiglia.
La baracca, nonostante l’aspetto esteriore, è ben arredata, dotata di stereo e televisione.
Non sono tranquillo. Cambiamo. Lui controlla ogni banconota che gli abbiamo consegnato e ho l’impressione che se avessimo portato dollari falsi non saremmo usciti vivi da li.
Tutto ok. Ci saluta e usciamo. Dobbiamo risalire in macchina. Non sono tranquillo. Adesso che abbiamo cambiato e hanno visto tutte le nostre banconote, i ragazzi che ci hanno accompagnato potrebbero tranquillamente rapinarci.

Stiamo tornando indietro, verso la città, quando all’improvviso la macchina si ferma in mezzo al nulla, nel cuore della notte. Non ci sono luci, ne lampioni. Sono spaventato. Ma è soltanto per dare un passaggio ad un ragazzo, fermo sul ciglio della strada. Non è successo nulla, ma rientro in albergo molto più sollevato !

29 luglio
Alle 9 am. in punto il nostro autista si presenta di fronte al nostro albergo.
Carichiamo i nostri bagagli sul retro (lo spazio è più ristretto del previsto) e ci dirigiamo verso Nkotakota. Descritto come un pittoresco villaggio di pescatori, in realtà è un semplice agglomerato di baracche sul lago. Qui ci sistemiamo per la notte.
Forte vento, temperatura mite intorno ai 20-22° (siamo a quota 500m)

30 luglio
Lungo la strada per Nkhata Bay, costeggiamo il lago Malawi e ci fermiamo a visitare un villaggio locale. Siamo accolti con grande ospitalità e, scattiamo moltissime foto ai bambini  che giocano sulla spiaggia.
A Nkhata bay visitiamo un pittoresco mercato in cerca di cibo e taniche d’acqua.
Acquistiamo del pesce che cucineremo questa sera, al campo.
Siamo diretti al Nkotakota Game Reserve. Sulla mia cartina non è segnato e non abbiamo molte indicazioni per raggiungerlo, ma da alcune segnalazioni sembra essere veramente un bel posto per pernottare. Perdiamo molte ore chiedendo nei villaggi dei dintorni, e alla fine, al termine di una lunga strada dissestata, riusciamo a raggiungere l’ingresso della riserva.

L’ufficio del ranger è una piccola baracca con una brandina per la notte e un registro visitatori ricoperto da un buon strato di polvere. Ci sistemiamo in una piccola radura in mezzo alla foresta, vicino ad un tavolaccio in legno per mangiare.

Una guida ci accompagnerà nel pomeriggio alla ricerca di elefanti. Un “walk safari” all’interno della riserva. Il ranger, armato di fucile, ci scorta per un breve tratto lungo il fiume che scorre in prossimità del parco, poi si rifiuta di proseguire per motivi di sicurezza. Di fronte alle nostre pressanti insistenze, si lascia convincere e riusciamo così a spingerci fino al margine della foresta. Si sentono distintamente in lontananza i barriti degli elefanti e sullla via del ritorno li vediamo abbeverarsi al fiume.

Verso sera giungiamo in auto alla Vwaza Game Reserve.
Montiamo il campo nello spettacolare scenario del lago Kazuni situato nell’angolo sud-est della riserva. Di fronte a noi la piatta distesa d’acqua è circondata da basse colline e da una ricca foresta di Miombo. Al tromonto molti animali giungono qui per abbeverarsi e lo spettacolo è veramente indimenticabile. L’aria è fresca alla sera e occorre ancora coprirsi con abiti più pesanti.

31 luglio
Stamane ci svegliamo alle 6.00 am. per un trekking. La nostra guida è armata e ci scorta per un lungo giro sulle rive del lago. Per la prima volta riusciamo ad osservare gli ippopotami molto da vicino. Questi pachidermi sono però molto innervositi dalla nostra presenza e spesso, dopo un breve borbottio, si immergono per non essere disturbati.

Di ritorno al campo, proseguiamo per il Nyika National Park
Saliamo molto in quota, sino a raggiungere i 2300 metri. L’aria è molto fresca. La pista è piuttosto dissestata e ci vogliono molte ore per arrivare. Dinanzi a noi si protente un immenso plateau brullo, con al centro una grande foresta. All’interno di questa un laghetto circondato da bellissimi chalet di montagna !
Ne occupiamo uno con due camere da letto, cucina, salone con camino e bagno con acqua calda grazie alla caldaia a legna all’esterno.
Prima dell’imbrunire facciamo un breve giro in fuoristrada seguito da una cena veloce e poi alle 18, col buio, usciamo per un safari notturno alla ricerca di qualche leopardo. Montiamo un faro sul tetto della jeep e uno di noi tiene in mano un’altra torcia per illuminare bene la pista.  Dopo due ore di vane ricerche, stanchi e assonnati, congediamo la nostra guida.

1 agosto
Oggi abbiamo in programma un giro del parco a cavallo. Il maneggio, così come gli chalet, è gestito da un’inglese che si è trasferito qui qualche anno fa. Non si ha l’impressione di essere in Africa, bensì in un qualche parco naturale del Canada. Con una guida percorriamo per ore i sentieri della riserva alla ricerca di animali selvaggi ma senza grandi risultati.

 

TANZANIA

La Tanzania è montuosa nella zona nordorientale; vi si trovano il monte Kilimanjaro, la montagna più alta di tutto il continente africano, e le Pare Mountains. A nord e a ovest si trovano invece i grandi laghi Vittoria e Tanganika. La parte centrale del Paese comprende un grande altopiano, mentre la parte orientale è calda e umida.

Il parco nazionale di Ruaha, istituito nel 1964, è il secondo parco naturale più grande della Tanzania. Copre una superficie di circa 10.000 km², situata nell'interno della Tanzania, vicino alla città di Iringa. Le difficoltà di accesso, soprattutto in passato, hanno fatto sì che l'area sia rimasta praticamente incontaminata per vari secoli.

4 agosto
Siamo alloggiati al Mwagusi Safari Camp, situato sulle rive del fiume Ruaha, nel Ruaha National Park. Gestito dal simpatico Chris Fox, il “camp” conta circa 26 bungalow e due ristoranti.

Dedichiamo la nostra giornata al safari in macchina o “game drive” come viene comunemente definito.  Ci sistemiamo direttamente sul tetto della nostra Toyota e ci prepariamo al tour (300 km di piste in totale)

Il parco ospita tutti i rappresentanti della fauna selvaggia africana: elefanti, bufali, zebre, gnu, antilopi, giraffe, facoceri, scimmie e, naturalmente, leoni, leopardi, ghepardi, licaoni e iene.
Presso il fiume sono facilmente avvistabili numerosi esemplari di coccodrilli e ippopotami.
Il parco ospita oltre 370 specie diverse di volatili, alcuni dei quali non sono presenti in altre zone della Tanzania.

5 agosto
Giornata di trasferimento dal Ruaha Park a Morogoro.
Di prima mattina abbiamo organizzato un walking safari con guida armata ma, per un disguido,il ranger arriva al campo senza fucile. Lo convinciamo comunque a portarci alle rapide, ma lungo la strada non facciamo incontri particolari. Fin’ora mi hanno un po’ deluso questo tipo di safari a piedi.

Tornati al campo perdiamo tempo per procurarci la benzina, poi finalmente riusciamo a partire. Tappa obbligata a Iringa per riparazioni varie e spese.

E’ ormai sera quando attraversiamo il parco Mikumi. Non è molto prudente guidare con il buio lungo la strada che lo attraversa, sia per gli animali che possono improvvisamente tagliarti la strada, sia per i camionisti che incrociamo, distratti e assonnati.

Comunque qui c’è l’usanza di mettere la freccia dal lato del guidatore, probabilmente per prendere le giuste misure, incrociandosi.

A Morogoro arriviamo in serata e troviamo sistemazione all’Acropol Hotel, che nonostante il nome altisonante, è una bettola di prim’ordine !
Ceniamo da “Mama Pierina”, di madre italiana e padre greco. Qui si può gustare un’ottima pasta alla bolognese.

6 agosto
Lasciamo Morogoro la mattina presto. Ci attendono molte ore, almeno dieci, di pista sterrata per raggiungere il Selous Gate, ingresso dell’omonima riserva.

La Selous Game Reserve è uno dei più grandi parchi faunistici del mondo. La riserva prende il nome da Frederick Courteney Selous, capitano dei Regi Fucilieri Britannici, che vi trovò la morte nel 1917 durante un combattimento contro l'esercito coloniale tedesco.

L'area divenne riserva di caccia nel 1905. Oggi è una meta turistica di media importanza, ed è ancora in gran parte poco o per nulla battuta da esseri umani. La forte presenza di mosche tse-tse scoraggia infatti gli insediamenti in tutta la zona.

La superficie complessiva del parco è di 54600 chilometri quadrati. Alcuni degli animali tipici della savana (per esempio elefanti, ippopotami, licaoni e coccodrilli) si trovano nel Selous in concentrazioni superiori a quelle di qualsiasi altro parco africano.

Luoghi di particolare interesse all'interno della riserva sono il fiume Rufiji (che sbocca nell'Oceano Indiano di fronte all'isola di Mafia) e la gola di Stiegler, un canyon di circa cento metri di profondità e altrettanti di larghezza, attraversato da una teleferica.

Nella riserva del Selous è consentito il safari a piedi, vietato nella maggior parte degli altri parchi nazionali africani.

La strada che stiamo percorrendo è molto dissestata e si snoda attraverso un paesaggio mozzafiato. Passiamo una valle spettacolare costituita da rocce nere, monolitiche e costeggiamo numerosi villaggi immersi nella boscaglia. I ragazzini, festosi, salutano il nostro passaggio; probabilmente non passano molti turisti da queste parti.
La strada peggiora. Dobbiamo procedere con molta cautela per evitare di distruggere il mezzo.
Dopo alcune ore facciamo sosta in un piccolo villaggio. Compriamo qualche frittella e qualche bibita. Ci sono diversi Masai, alcune donne vestite di blu, con il cranio rasato, molto belle.
Non amano farsi fotografare, a meno che non si paghi. Non faccio scatti.
Nei pressi di un mercato faccio alcune riprese tra la folla. Siamo gli unici turisti e giriamo indisturbati tra i mille colori e odori della piazza. All’improvviso mi si para davanti un tizio con una specie di uniforme, che mi invita a mostrare i documenti. Dice che è assolutamente proibito fare fotografie o filmare con la telecamera. Gli mostro la tessera con foto della mia palestra e gli dico di essere un giornalista. Il tizio, soddisfatto, si allontana permettendomi di continuare le riprese.

Proseguendo il nostro viaggio ci troviamo lungo una strada molto sconnessa che conduce, scendendo ripidamente, ad una vastissima pianura. Mancano ancora molte ore di viaggio e la strada diventa sempre più incerta, i villaggi più radi e alla fine non siamo più certi di essere sulla pista giusta.
Con il buio arriviamo al gate. Un ranger sale in auto con noi per accompagniarci alla volta di un campo tendato dove trascorrere la notte. Lungo il cammino foriamo una gomma.

In certe situazioni ci si rende conto di essere vulnerabili e dei rischi che si stanno correndo.
Un solo veicolo in panne per un guasto meccanico può avere grossi problemi da queste parti. Anche la condizione delle piste, che in caso di pioggia diventerebbero impraticabili, non è da sottovalutare.

E’ notte quando giungiamo al primo campo. Non mi reggo in piedi, faccio qualche passo per sgranchirmi e …me la faccio addosso. Il prezzo qui è troppo alto per il nostro budget è così proseguiamo verso l’Impala Camp, dove ci sistemiamo per la notte.

7 agosto
Il fiume Rufiji scorre interamente in Tanzania. Lungo circa 600 km, sfocia nell’Oceano Indiano presso l’isola di Mafia. Solo 100 km sono navigabili e in parte attraversano il territorio del Selous.
Alle 8 del mattino, dopo una modesta colazione, ci imbarchiamo su una scalcinata bagnarola per navigare un tratto di questo fiume, per un safari fotografico.
Il “tour”, piuttosto monotono, ci offre alcuni ippopotami e numerosi coccodrilli pigramente adagiati sulle rive. Il paesaggio è piuttosto piatto, il fiume è molto largo in questa zona e il sole cocente non ci aiuta ad apprezzare il giro in barca.
Dopo tre ore di navigazione sono cotto. Non ne posso più.
Verso le 13 ripartiamo con autista e guida in direzione del Beho Beho River Camp.

Situato lungo il fiume omonimo, adesso asciutto, pullula di zanzare. E’ posto in uno spiazzo in mezzo ad una folta vegetazione che impedisce la vista degli animali, numerosi in questa zona.
Sono sempre più debole. Non vedo l’ora di sdraiarmi. Ho bisogno di acqua; mi sento disidratato e non riesco più a bere le bevande dolciastre e calde che abbiamo comprato.
La sera non mangio con gli altri. Cerco di riposare e bere liquidi.

8 agosto 1994 – Beho Beho River
Stamattina mi sento meglio, ma decido di non andare con gli altri al “walking safari”
Temo che due ore di cammino sotto il sole mi stancherebbero troppo e poi non credo che ne valga la pena, visto i precedenti.
Resto in tenda e al risveglio trovo nel piatto dove mangio un grosso scorpione.
Istintivamente, con un colpo deciso, colpisco il piatto facendo volare via l’animaletto da qualche parte tra i miei bagagli. Non lo troverò più…

Si torna a Morogoro. La strada è la solita. Alcuni ci dicono che si può praticare una via più breve, solo 3 ore, ma è in pessime condizioni e probabilmente c’è anche un ponte crollato e bisogna guadare il fiume. Il nostro autista non se la sente di rischiare e non lo biasimiamo.
Da soli, con un solo mezzo è piuttosto rischioso.

Lasciamo il ranger al gate e paghiamo. Nell’ufficio ci sono alcuni americani ben equipaggiati,  con mimetiche e fucili. Il Selous è l’unico parco in Tanzania dove ancora  è consentita la caccia.

In ufficio c’è affissa una tabella con i prezzi per ogni animale che si desidera abbattere.
Sono già le 11.30 quando riusciamo a partire dopo aver sbrigato le lunghe pratiche burocratiche al gate. Nel tardo pomeriggio arriviamo a Morogoro e troviamo ospitalità in una guest house poco raccomandabile alla periferia della città.
Dall’esterno si presentava bene, con una bella veranda con tavolini e fiori. Le camere però erano un disastro, con scarafaggi grandi come noci. Nel bagno la doccia era praticamente sopra il water e in alcune stanze l’acqua non riusciva nemmeno ad uscire dai fori arruginiti della doccia. Le zanzariere sopra ai letti completamente bucate.

9 agosto 1994
Alle 7.00 am. Siamo pronti per partire.
Attraversiamo il parco Mikumi. Lungo i bordi della strada statale si possono incontrare numerose zebre, giraffe e persino ippopotami. Ci sono cartelli curiosi che segnalano  “pericolo animali selvaggi per 50 km” oppure il classico triangolo con il disegno di un elefante.

E infatti presso il gate del parco, nel piccolo museo allestito nell’ufficio dei ranger, scopriamo che in media 90 animali al mese vengono uccisi su questa strada dagli automezzi. Ci sono foto che mostrano addirittura elefanti abbattuti (probabilmente da qualche TIR)
La strada è ben asfaltata e il nostro autista guida a velocità elevata.
A Iringa passiamo dal fratello meccanico (ormai è diventata una prassi) per sistemare le balestre della ruota anteriore (due ore di sosta).

Sono ancora molto stanco e a fatica riesco a fare due passi sotto il sole, oggi cocente.
Ci restano da percorrere ancora 340 km per raggiungere Mbeya.
La strada è piuttosto monotona, ricorda una freeway americana. Ci si addormenta. Anche il nostro autista è piuttosto stanco.
Rompiamo la cinghia di raffreddamento del motore, quando ancora mancano 120 km all’arrivo.

Siamo fermi nei pressi di un villaggetto, uno dei tanti agglomerati di baracche lungo la strada.
Presto si avvicina un tizio e insieme al nostro autista si mette ad armeggiare nel cofano.
Dopo un po’ si allontana per ritornare qualche minuto dopo con diverse cinghie. Nessuna è di misura. Scompare e poi torna con altre ancora.
Niente da fare. C’è un’officina con dei pezzi di ricambio a 5km di distanza. L’autista se ne va con lui. Aspettiamo.  Ci stiamo abituando ai tempi africani e con calma ci mettiamo in attesa.

Stanno uscendo dei ragazzini da scuola. Si fermano incuriositi intorno alla nostra vettura. Ci fanno vedere i loro quaderni e ci sorridono felici.

Nel frattempo è tornato Issa, il nostro autista, con il ricambio che ci serviva.
Riparato il motore, si riparte.
Arriviamo in serata a Mbeya dove, per fortuna, troviamo una stanza e un pasto caldo.

10 agosto 1994
Mbeya è situata nel sud-ovest della Tanzania ed è il primo grande insediamento urbano che si incontra proveniendo dalla confinante Zambia. Situata ad una altitudine di 1700 metri, con un clima mite, fu fondata nel 1920 come città mineraria.

In attesa dei permessi per attraversare il confine, cerchiamo un mezzo che ci porti oltreconfine. Non esistono autonoleggi in città e bisogna affidarsi a mezzi e autisti privati.
Dopo una lunga ricerca troviamo un minibus che ci dovrà accompagnare a Mpulungu, in Zambia. I due autisti che ci accompagnano sembrano apprezzare molto l’idea di fare un viaggio oltreconfine. Probabilmente non capita loro spesso di poter scarrozzare turisti in giro.

Partiamo nel primo pomeriggio. Giunti al confine, ci aspettiamo di passare piuttosto velocemente le formalità doganali e invece rimaniamo bloccati per circa sei ore !
Tutti i funzionari sono occupati a sdoganare un treno appena arrivato (ne passano solo uno o due la settimana) e il traffico via terra è completamente bloccato. Anche se siamo abituati ai tempi africani, qui l’attesa sta diventando sempre più snervante. Oltretutto sta calando il buio e non vorremmo passare la notte qui al confine.

Alla fine riusciamo a lasciare la frontiera prima della chiusura dei cancelli, ma è già buio e decidiamo di fermarci lungo la strada, da qualche parte; non abbiamo idea di dove ci troviamo.

Siamo fermi su una strada sterrata, ma non riusciamo a vedere nulla, solo buio e vegetazione fitta. Due contadini di passaggio si offrono di accompagnarci al primo villaggio dove potremmo chiedere una sitemazione per la notte. Il maestro del villaggio ci sistema nell’ufficio della sua scuola. La scuola è una struttura in cemento senza finestre e con banchi bassi di mattone senza sedie.

I nostri autisti dormono sul nostro pulmino; più di una volta la tranquillità del villaggio sarà minacciata da un urlo sovrannaturale: il clacson sul quale poggiano i piedi dei nostri amici.

11 agosto 1994
Lasciamo il villaggio all’alba, salutati dalla gente del posto; siamo diretti a Mpulungu in Zambia. La città,  adagiata sul lago Tanganyika, è il più grande porto della nazione.
Il nostro intento è di imbarcarci sulla vecchia motonave Liemba che parte alla volta di Kasanga e Kigoma, nella Tanzania occidentale

Presso gli uffici della capitaneria acquistiamo i biglietti di prima classe. Non vi è stampata la data di partenza e l’omino alla cassa ci dice: “solo Dio e il capitano sanno quando la nave lascerà il porto”. 
La nave fu costruita nel 1913 dai tedeschi, trasportata a pezzi dalla Germania e utilizzata come imbarcazione da guerra sul lago Tanganyika durante la prima guerra mondiale.
Fu affondata e successivamente ripescata dal fondo del lago e rimessa in servizio dagli Inglesi.

Nell’attesa ci sistemiamo in un bungalow vicino al lago in un piccolo complesso gestito da un indiano. Il tipo sembra strafatto di birre o di droghe, ma è simpatico. Ci invita a non rimanere per più di tre giorni in città, se non vogliamo prenderci la  malaria.

Alla sera ci prepara un’ottimo barbeque di pesce fresco; una squisitezza.

12 agosto 1994
Contrariamente ad ogni previsione, sembra che oggi la motonave riesca a salpare.
Felicissimi di non trascorrere un altro giorno in questa città, ci facciamo trovare pronti all’imbarco, zaini in spalla. Ci congediamo dai nostri due simpatici autisti che ci hanno zzaccompagnato fin qui. Ovviamente la prima classe ci consente di avere una cabina (comunque spartana) con una piccola brandina e bagni in comune. Le altre classi sono collocate nei ponti inferiori e hanno come unica comodità l’aria fresca che si respira stando all’aperto.

La navigazione sul lago scorre tranquilla. Ne approfitto per raccogliere le idee, scrivere qualche appunto sul mio moleskin e osservare le sponde del lago, ricche di vegetazione.

13 agosto 1994
Di tanto in tanto la nave si ferma nel mezzo del lago e viene raggiunta da piccole imbarcazioni a remi che raccolgono passeggeri o scambiano le loro merci.
Si vendono carni e verdura. Si scaricano casse di mercanzia per i vicini villaggi.
Uno spettacolo di varia umanità assolutamente sublime.

14 agosto 1994 - Kigoma
E’ mattina presto quanto attracchiamo al porto di Kigoma.
Siamo molto vicini al confine con il Burundi, sulla sponda orientale del lago Tanganyika.
La nostra prossima meta è il Gombe Streams National Park.
E’ il più piccolo dei parchi nationali della Tanziania, fondato nel 1968 per proteggere 150 scimpanze che vivevano in quel territorio. Reso celebre dalla primatologa Jane Goodall, il parco è affacciato sulle sponde del lago ed è raggiungibile con le piccole imbarcazioni dei pescatori che partono da Kigoma. Come sempre, dopo accese trattative sul prezzo del trasporto, riusciamo a partire.

Costeggiamo il lago osservando villaggi da sogno, una manciata di capanne sparse sulla spiaggia bianca con alle spalle una foresta lussureggiante. Il pesce appena pescato viene fatto essiccare al sole su tralicci di legno o su stuoie di paglia. Risuonano ovunque le grida dei babbuini.

Dopo due ore di navigazione giungiamo a destinazione. Il centro accoglienza del parco è costituito da una costruzione in cemento, una casermetta, con qualche branda e un tavolone per mangiare. Il tutto ovviamente protetto da griglie e inferriate alle finestre per tenere lontani i babbuini.

Anche la “zona cucina” è protetta da reti metalliche. Qui il rapporto uomo-animale è completamente ribaltato. Sono gli esseri umani a vivere in gabbia, ad essere osservati dall’esterno dagli animali che protegge.
Il posto, inutile dirlo, è splendido. E’ l’unica area sul lago dove sia possibile fare il bagno senza rischiare di prendere la bilahrzia.
E con un tramonto rosso fuoco ci immergiamo in queste splendide acque, per un bagno ristoratore.

15 agosto 1994
Stamane, in compagnia di una guida, ci inoltriamo nella foresta. Il sentiero porta ad una meravigliosa cascata. Procediamo lentamente nella speranza di vedere qualche scimpanzè. Tutto intorno a noi si ode il caratteristico berciare dell’animale, ma non riusciamo a scorgere nemmeno la sagoma.

Soltanto nel punto di osservazione dove le scimmie vengono studiate e cibate riusciamo ad avere un contatto ravvicinato. Purtroppo non ci è concesso molto tempo e presto ci dobbiamo allontanare. L’esperienza però è veramente intensa e affascinante.

Rientrati a Kigoma, siamo alla ricerca di un mezzo di trasporto per raggiungere Mwanza.
La città è il porto meridionale del lago Vittoria ed è la seconda più grande città della Tanzania, posta ad un’altitudine di 1140 metri.

Dopo molte ore di ricerca, alla fine riusciamo a procurarci un pulmino.
Il collegamento ferroviario è infatti troppo lento e spesso gli orari non vengono rispettati.
La strada per Mwanza è lunga e monotona. In un tratto costeggiamo il vicino confine con il Rwanda, incrociando un lungo convoglio di camion militari dell’Onu.

Il genocidio ruandese fu uno dei più sanguinosi episodi della storia del XX secolo.
Era iniziato nell’aprile del 1994 e nel corso di poco più di tre mesi vennero massacrate sistematicamente a colpi di armi da fuoco, machete e bastoni chiodati, circa un milione di persone. Ancora non ci eravamo resi conto di quello che stava succedendo e della portata di questi violenti massacri. Le vittime furono in massima parte di etnia Tutsi, uccise dagli appartenenti all'etnia Hutu, maggioritaria.

Troviamo rifugio per la notte nel cortile di una missione, ancora lontani dalla nostra meta.

16 agosto 1994
Arrivo a Mwanza. Sistemazione in albergo e giro per la città; dobbiamo cambiare mezzo.
Qui i prezzi delle agenzie di noleggio sono molto alti. Cerchiamo tutta la giornata senza risultato. Siamo scoraggiati, delusi. L’idea di perdere ancora un giorno in città ci preoccupa.

17 agosto 1994
Abbiamo trovato una jeep scassatissima, a buon prezzo.
Ha tutti i finestrini sigillati e il portellone posteriore che non si apre dall’interno. E’ scomodissima e quasi non si riesce a stare seduti.  Dopo pochi chilometri non sopporto più di restare dentro a quest trappola per topi e decido di salire sul tetto; farò cosi tutto il viaggio, aggrappato al portapacchi !

Stiamo entrando nel Serengheti National Park, uno dei più importanti parchi nazionale della della Tanzania, con una superficie di 14.763 km². In lingua swahili serengeti significa "grande pianura", infatti l'immensa distesa di erba giallastra e interrotta soltanto da piccole gobbe tondeggianti (kopje).

Dovremo accamparci prima delle 18 come da regolamento, ma il nostro autista non conosce la zona. Probabilmente non è mai stato qui e naturalmente ci aveva detto il contrario. Alle 21 e siamo ancora in giro lungo le piste del parco.
Con il buio è molto difficile distinguere le zone protette per fare il campo da qualunque altra radura tra la vegetazione. Comincia a piovere e il nostro mezzo arranca, slittando nel fango. Dopo qualche chilometro siamo bloccati, impantanati nella melma e costretti a scendere per svincolare la jeep dalla morsa del fango. Ci vuole tempo, scivoliamo e arranchiamo ma alla fine riusciamo a ripartire. Non appena a bordo, i fari dell’auto illuminano un branco di leoni che stazionava proprio a pochi metri da noi !

E’ tardi ormai. Finalmente troviamo un campo libero, trai barriti degli elefanti.

 

18 agosto 1994
Ci spostiamo verso il lago Natron, in un ambiente vulcanico di incomparabile bellezza; si raggiunge partendo dal lago Manyara con un percorso di 6 ore circa su pista accidentata. Contornato dagli splendidi paesaggi vulcanici della Rift Valley è uno dei luoghi di nidificazione del piccolo e grande fenicottero rosa. Il contesto è spettacolare, costituito  di roccia,sabbia,lava e piccoli crateri.
Purtroppo non riusciamo a vedere i fenicotteri rosa, come invece speravo. La strada che scende verso il lago è veramente in pessime condizioni  e fortemente scoscesa. Più di una volta, passando rasente il ciglio della strada vedo dal tetto la nostra jeep pericolosamente in bilico verso il precipizio. E al ritorno rischiamo per un soffio di ribaltarci nel baratro.

19 agosto 1994
Oggi ci attende una lunga tappa di trasferimento. La nostra meta è il cratere di Ngorogoro che appartiene all'area più estesa (circa 8300 chilometri quadrati) della riserva naturale di Ngorongoro. Il cratere si trova a 2200 metri sul livello del mare, misura oltre 16 chilometri di diametro e occupa in totale un'area di circa 260 chilometri quadrati.
Si tratta della più grande caldera intatta del mondo. Sulla corona del cratere corre un'unica strada, sul versante meridionale.
Arriviamo in tarda serata e decidiamo di fermarci a dormire ai piedi del cratere.

20 agosto 1994
Dal bordo del cratere occorrono circa trenta minuti per scendere nella depressione. A circa 1900 metri di altitudine attraversiamo una leggera nevicata, mentre più sotto all’interno del cratere la temperatura sfiora i trenta gradi !
Quaggiù la concentrazione di fauna è impressionante: si calcola che la caldera sia ospitata da oltre 25000 animali di grossa taglia. Enormi branchi di zebre e gnu, ma anche gran parte delle specie tipiche della savana: elefanti, leoni, bufali, iene, sciacalli, ippopotami, babbuini, nonchè alcune piuttosto rare come i rinoceronti bianchi, ultimi superstiti di una specie che nel resto della Tanzania è minacciata dall'estinzione, e i leopardi, che vivono sugli alberi della foresta pluviale che ricopre i pendii del cratere.
Innumerevoli le specie di uccelli attratte dalla riserva, che con i suoi numerosi specchi d'acqua costituisce un richiamo per la fauna migratrice: tra essi meritano una segnalazione particolare i fenicotteri, che qui costituiscono una delle colonie più numerose di tutta l'Africa. Assenti le giraffe e gli impala.
Le locali tribù masai hanno il diritto di pascolo in questa zona e può capitare di incontrarle con il loro bestiame.

21 agosto 1994
Arusha è situata ai piedi del Monte Meru e gode di un clima relativamente fresco, con poca umidità. La regione vive principalmente di agricoltura, con grandi produzioni di vegetali e fiori, nonché di turismo, essendo una base strategica per pianificare i safari nei vicini parchi nazionali.
Facciamo tappa in città, in un piccolo ostello per poter finalmente concederci una doccia calda e un giorno di relax.

22 agosto 1994
Con un pulmino attraversiamo il confine con il Kenya e ci dirigiamo verso la capitale, Nairobi. Questa è una delle città più grandi dell'Africa, con una popolazione di circa 2,5 milioni di abitanti. Il nome di Nairobi deriva dal termine Maasai Enkarenairobi, che significa "acque fredde".
Nairobi venne fondata nel 1899 come deposito degli approvvigionamenti per la Uganda Railway che era in costruzione tra Mombasa e Uganda. Venne ricostruita interamente agli inizi del '900, dopo un epidemia di peste e l'incendio della città originaria. Successivamente l'insediamento continuò a crescere, divenendo la capitale del Protettorato dell'Africa Orientale Britannica nel 1907 e la capitale del Kenia indipendente nel 1963.
Il nostro viaggio è ormai giunto al termine e a malincuore raggiungiamo l’aeroporto della capitale, The International Jomo Kenyatta Airport.
A causa di uno sciopero improvviso dei piloti, tutti gli aerei in partenza sono bloccati e non c’è modo di partire. E così siamo ospitati a spese della compagnia aerea in un lussuoso hotel a cinque stelle all inclusive (bevande e telefonate internazionali incluse).
Trascorreremo qui tre piacevoli giornate di meritato riposo, girando per la città e oziando a bordo piscina come dei “veri” turisti con la valigia.