"Partire é la più bella e coraggiosa di tutte le azioni. Una gioia egoistica forse, ma una gioia, per colui che sa dare valore alla libertà.
 Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque, e partire alla conquista del mondo."
Isabelle Eberhardt

Il deserto del Sahara, il più grande deserto della terra, attraversa tutta l’Africa settentrionale, ma fa la parte del leone soprattutto in Algeria, dove occupa l’85% del territorio e ospita solo il 10% della popolazione del Paese.

Meta principale del nostro viaggio è il Parco Nazionale del Tassili n’Ajjer, il più grande museo archeologico all’aperto del mondo, un susseguirsi di pitture rupestri millenarie disseminate tra Libia e Algeria, su una superficie di circa 120 mila chilometri quadrati, cioè quattro decimi dell’Italia.


In questo rincorrersi di altipiani che non si lasciano conquistare neppure dal più potente dei fuoristrada, c’è un tesoro che sta lentamente, ma inesorabilmente, svanendo.  E che pochi hanno la fortuna di vedere: perchè per arrivare lassù, in mezzo a quelle pietre del Tassili, dichiarate dall’Unesco patrimonio culturale dell’umanità, bisogna affrontare un trekking impegnativo, che snoda i suoi percorsi in salite difficili e impone tappe medie di una ventina di chilometri al giorno.
Ogni anno sono circa 8 mila le persone che lo affrontano. Certo non è un’impresa da campioni, ma un minimo di allenamento e un equilibrio fisico e mentale sono condizioni essenziali per affrontare in tranquillità questo itinerario attraverso le testimonianze di civiltà misteriose e scomparse. 



Sabato 25 dicembre 1993
(1° giorno)

Siamo partiti per l’Algeria nonostante le notizie di disordini e attentati nel paese.  L’agenzia di viaggio ci ha assicurato che non correremo alcun pericolo spingendoci verso l’oasi di Djanet, duemila chilometri a sud della costa, dove i problemi legati al fondamentalismo islamico sono decisamente inferiori.

Ad Algeri troviamo ad attenderci un volo speciale messo a disposizione dal Ministero del Turismo, che ci consentirà di allontanarci velocemente dalla capitale.  Si respira un’aria tesa, c’è molta confusione.  Con i nostri bagagli siamo costretti ad uscire dalla cinta dell’aereoporto per il trasbordo.  Ci forniscono carrelli semidistrutti e a fatica riusciamo a spingerli, pur tentando di correre il più in fretta possibile.  Lungo il tragitto siamo scortati da funzionari dell’aereporto e agenti;  c’è una gran folla tutto intorno.  Verso le 16 riusciamo a decollare e, dopo un volo di circa due ore, giungiamo nell’oasi di Djanet, la perla del Tassili come la chiamano i Tuareg.  La pista d’atterraggio è a Ilasadadi, 40 km dalla città.  E’ situata in un anfiteatro naturale di immensa bellezza; l’aria che si respira e il tramonto rosso fuoco, rendono l’atmosfera assolutamente magica.  Ad attenderci ci sono le jeep dell’organizzazione di Avventure nel Mondo.

La nostra sistemazione è tutt’altro che spartana.  Siamo in un complesso di bungalows attrezzati di tutto punto:  stufetta elettrica, acqua calda e un buon pasto a base di zuppa e pane. Il pane è molto buono e ricorda la ‘baguette’ francese, con sapore integrale.  Incontriamo qui un gruppo di AnM in partenza per un moto-raid in Nigeria: hanno fatto una strada massacrante, con camion e fuoristrada, da Algeri a qui.  Un ragazzo si è rotto il pollice, solamente per lo sforzo di reggere la moto. Per alcuni la notte sarà una buona occasione per riparare i numerosi guasti meccanici avuti. E devono ancora percorrere 5000 km!    

Domenica  26 dicembre 1993 (2° giorno) 

Non è consentito affrontare da soli il trekking sul Tassili: l’accompagnamento da parte delle guide locali è obbligatorio così come è indispensabile ottenere il permesso di visita della zona da parte della direzione del parco, cosa che faremo in mattinata.  Dobbiamo anche acquistare il cibo per il viaggio: arance, patate, cipolle e altre verdure, che dovranno integrare i prodotti liofilizzati che abbiamo portato dall’Italia. E poi taniche per l’acqua e molti sacchi di iuta per trasportare il grosso del bagaglio con i muli.

Nel pomeriggio prepariamo gli zaini, mettendo soltanto l’indispensabile per cinque notti, la durata del trekking.  Ci hanno fornito una guida che dalle nostre relazioni risulta essere la migliore: Mohammed detto la ‘volpe’.  E’ un tuareg nomade che ha vissuto sul Tassili fino al 1980 e poi è stato costretto al sedentarismo. 
Abbiamo anche due asinari e otto asini a disposizione. Solo più tardi scopriremo che quelli grigi sono asini del Niger, non abituati a salire in montagna e per di più qui alla loro "prima esperienza".
Ci accampiamo per la notte alla base dell’altopiano, in una vallata arida. Qui il cielo stellato è meraviglioso, brillante e pieno di stelle cadenti.  Non fa molto freddo, si resiste con un maglioncino. 

Lunedi 27 dicembre 1993 (3° giorno)

Sveglia alle 6.30  Le operazioni di smontaggio del campo vanno a rilento e non riusciamo a muoverci prima delle nove. 
Iniziamo il cammino, subito in ripida salita.  Gli asinari seguiranno un’altro itinerario, più accessibile agli animali, ma più lungo. Dopo circa un’ora siamo costretti a fermarci. Mohammed è preoccupato per gli asini, vuole aspettarli.  E’ rischioso procedere troppo spediti poichè se non dovessero raggiungerci saremo costretti a dormire all’addiaccio senza tende e sacco a pelo. E’ un inconveniente già capitato ad altri gruppi, cerchiamo di evitarlo.  Aspettiamo quasi un’ora prima di poter riprendere il cammino; inforchiamo uno stretto canyon, incassato tra alte pareti rocciose. Presto la salita verso l’altopiano si fa più faticosa e come noi, gli asini stentano a salire.  Nell’ultimo tratto dobbiamo scaricare i loro bagagli e portarli fino in cima.
Siamo ormai a quota 1700/1800 mt, anche se lontani dalla meta che ci eravamo preposti per oggi. La luce però sta scemando e siamo molto stanchi.  Prepariamo il campo. 

Martedì  28 dicembre 1993 (4° giorno)

La giornata è fredda e il cielo coperto.  La mattinata trascorre lentamente: camminiamo senza notare niente di particolarmente interessante. Il paesaggio è piatto, sprettrale, quasi lunare. Nel primo pomeriggio giungiamo a SEFAR NOIR, dove faremo il campo.
Sull’altopiano si elevano sciami di torrioni di roccia, simili a borghi medievali diroccati, che un tempo albergarono le popolazioni preistoriche, le quali tracciarono sulle rocce figure di uomini ed animali.  Grazie al clima arido tali immagini sono giunte a noi intatte attraverso qualche millennio.  Le pitture rupestri sono essenzialmente ‘pitture a tempera’ realizzate con ocra, mescolata ad un ‘legante’ albume d’uovo o caseina.
Insieme a Mohammed andiamo a cercare acqua in una guelta, un pozzo.  Il posto è piuttosto difficile da raggiungere, a diversi metri di profondità, in una grotta.   L’acqua depositata è li da chissà quanto tempo, ma è l’unica disponibile.  Oltre a bollirla, la dovremo anche purificare.

Stiamo imparando ad apprezzare il valore delle cose: non si butta via nulla, nel rispetto del deserto.  Tutto deve essere bruciato; la carta, anche di una caramella serve ad accendere il fuoco.  I rifiuti organici, soprattutto le bucce d’arancia, vengono conservate per gli asini. Gli altri rifiuti o si seppelliscono o li portiamo con noi.  Il deserto è molto inquinato dagli autoctoni e non vogliamo contribuire anche noi al suo deterioramento.

La nostra abilità nell’accendere il fuoco è direttamente proporzionale alla fiamma che riusciamo a produrre, cioè piuttosto scarsa.  Tutto ciò suscita l’ilarità dei tuareg che ci fanno da guida.  Ciò che mi ha colpito molto e la serenità e la cordialità di questa gente.  Fieri del proprio lavoro e sempre divertiti dalle cose semplici che li circondano.  La nostra guida ci domanda se in Italia quest’anno c’è stata la pioggia e  se anche lì arriva il deserto.

E poi ci sono i silenzi, i suoni della natura, la purezza dell’aria e i paesaggi di incredibile e superba bellezza.

Mercoledì  29 dicembre 1993 (5° giorno)

Sveglia alla 6.  Il freddo ci blocca nei sacchi a pelo e solo dopo mezz’ora riesco a trovare la forza per alzarmi.  Stanotte ho dormito con il maglioncino, ma nonostante ciò ho patito un pò il freddo.  Il problema poi e di uscire dal sacco a pelo per vestirsi. Subito metto l’acqua sul fuoco.  La luna è ancora alta nel cielo e ne approfitto per scattare qualche foto suggestiva della zona. Oggi non dobbiamo smontare il campo, faremo un trekking nei dintorni.

Ci troviamo a Sefar Nord (Sefar blanc), una vera e propria città preistorica, in cui le rocce sono strutturate e disposte in modo tale da formare tutta un’alternanza di stretti passaggi e ampi spazi vuoti, tanto da far pensare ad un naturale rincorrersi di strade e di piazze.  Nel pomeriggio ritorniamo al campo, lo smontiamo e ci spostiamo in cerca di nuove pitture rupestri.  Verso sera ci accampiamo a ridosso di una grande duna contornata da grandi pinnacchi di roccia.  Poi si va in cerca di legna, sempre molto scarsa da queste parti.

Giovedì  30 dicembre 1993 (6° giorno)

Stanotte la temperatura è scesa di molti gradi sotto lo zero.  Le mani nude non reggono il freddo.  Faccio fatica ad alzarmi e la sveglia si protrae fino alle 6.30.  Ha piovviginato tutta la notte e c’è stato persino del nevischio.  La cosa incredibile è che in questa regione non pioveva da più di tre anni.
Anche oggi il tempo è coperto, nuvoloso.  A questa altezza, siamo a 1800 mt.  dobbiamo camminare con il piumino sopra un bel maglione di lana! Anche nel sacco a pelo che dovrebbe resistere fino a -8°, devo entrare vestito. Stanotte ho dormito con pantaloni e maglione.

Nel pomeriggio siamo sul Grand Canyon che si inabissa con un’impressionante voragine di 600 metri. La nostra guida ci porta su una roccia che sovrasta la grande spaccatura, ma non ho il coraggio di guardare giù, ho le vertigini.
Il tempo purtroppo non ci concede belle giornate. Ancora nuvoloso con forte vento.

Giungiamo poi nella valle dei cipressi millenari. Si tratta di un vero e proprio bosco di alberi fossili e vivi contemporaneamente, un miracolo della natura. Piante rigogliose vivono qui in un ambiente assolutamente ostile, probabilmente per una falda acquifera che alimenta il sottosuolo.

Verso le 17 rientriamo al campo per la quotidiana ricerca di legna per il fuoco. Il nostro falò è sempre piuttosto misero in confronto a quello dei Tuareg e credo che tra le risate che caratterizzano i loro racconti notturni ci siano molte allusioni alla nostra incapacità a vivere il deserto. 

Venerdì  31 dicembre 1993 (7° giorno)

Sveglia alle 6.  Dobbiamo sbrigarci per ridiscendere a Djanet dove ci attendono le nostre jeep.  C’è molto vento e fa freddo.  Attraversiamo ancora qualche paesaggio suggestivo ed alcune discese impegnative.  Dopo circa 5 ore di marcia giungiamo all’appuntamento.

Stanotte festeggeremo il capodanno tra le grandi dune e il paesaggio lunare di Timrasse.  Arriviamo nel pomeriggio correndo con le land rover sopra dune di sabbia finissima come cipria, a grande velocità per non insabbiarci. E’ divertentissimo.  La notte ci coglie ancora intenti a preparare il campo. 
Festeggiamo intorno alle 9, brindisi con spumante e sgnappa alle 9.30 e poi a letto.  Inutile tirar tardi; il sonno e il freddo ci fanno ritirare nelle nostre tende.  Stanotte il vento è fortissimo e temo che i picchetti della tenda vengano scalzati via , nonostante li abbia ancorati con dei sassi. Addirittura alcune folate piegano le pareti della tenda fino a schiacciarle sul nostro viso. 

Sabato 1 gennaio 1994 (8° giorno) 

Da oggi il nostro tour prosegue essenzialmente con le jeep.  Con i nostri autisti Mohammed Ali e Abdul, dovremo percorrere quasi mille chilometri di deserto per approdare poi a Tamarasset.  Oggi, dopo molte ore di viaggio, giungiamo al pozzo (guelta) di Essendilene che si trova in fondo ad un canyon ricchissimo di vegetazione. Il percorso per raggiungerlo si snoda all’interno di una bassa foresta lussuriosa.  Al termine il pozzo, molto ricco e profondo circa undici metri.
In serata facciamo il campo a ridosso di enormi dune rosa, in una piana molto brulla. Qui la notte sembra meno fredda del solito, si sta piuttosto bene intorno al falò.  Finalmente troviamo molta legna e possiamo sbizzarrirci col fuoco, in competizione con i tuareg.  Purtroppo la notte sarà freddissima, con uno sbalzo termico incredibile.  Mi sveglio per il freddo alle 4 del mattino.  Aggiungo alla felpa e al maglione anche il piumino e cerco di dormire.
Al mattino troviamo l’acqua delle nostre taniche ghiacciata. Anche il telo interno della tenda ha uno strato di ghiaccio.

Domenica  2 gennaio 1994 (9° giorno)

Oggi in programma una lunga tappa di trasferimento, alquanto monotona. Il deserto in questa zona è una piatta e brulla distesa di arbusti.  Maciniamo chilometri e non vi è nulla di interessante da vedere, a parte qualche solitaria gazzella.  In questi giorni mi sento un pò stanco e apprezzo molto le soste per il pranzo, dove posso distendermi a leggere o a scrivere questo diario.  

Lunedì  3 gennaio 1994 (10° giorno)

Anche oggi tappa di trasferimento.  Ci fermiamo nel primo pomeriggio a ridosso di una formazione rocciosa, posto ideale per il nostro campo. La temperatura in questi giorni si è mantenuta piuttosto alta rispetto ai rigori climatici incontrati sull’altopiano. Ci si trattiene piacevolmente intorno al fuoco, la sera.  Il cielo brilla come non mai.

Martedì  4 gennaio 1994 (11° giorno)

Oggi incontriamo le dune ‘rocciose’, così ho deciso di chiamare quella zona in cui grandi rocce affiorano dalla sabbia.  Più tardi ancora incontriamo grandi rocce a forma di panettone mandorlato, un’ intera vallata, a perdita d’occhio.
Presto arriviamo al campo base e finalmente possiamo dedicare un pò del nostro tempo al relax.  Oggi la giornata è veramente splendida; la temperatura è piuttosto alta rispetto ai giorni scorsi e si sta benissimo in pantaloncini e maglietta.  Mi godo lo spettacolo del tramonto, salendo su una roccia che domina la distesa di sabbia. Sto bene e sono in pace con me stesso.  

Mercoledì  5 gennaio 1994 (12° giorno)

Anche stamane la temperatura è piuttosto alta.  Oggi abbiamo deciso di fare un giro fuoriprogramma, un percorso che Anm non propone, ma che vale la pena di fare. Ci portiamo verso Tinakachekir dove migliaia di pennacchi di roccia sono come infilzati nelle grandi dune.  È uno spettacolo mozzafiato!
La sabbia è finissima e si insinua negli indumenti, nelle nostre macchine fotografiche e nei capelli, spinta da un forte vento. Nel pomeriggio raggiungiamo il campo a El Ghessour. Le jeep devono passare attraverso stretti sentieri che ricordano mulattiere di montagna. Salgono con grande facilità la dove pensavo fosse improbabile passare.

Ormai siamo diventati bravissimi nel preparare il campo e in poco tempo tutto e pronto.  Decido di dare un’occhiata in giro.  Dopo pochi metri, la grande sorpresa: una stupenda vallata, tanto grande quanto misteriosa, quasi spettrale.  Ricorda la superficie lunare.  L’ho soprannominata la valle dell’eco. Il più bello che io abbia mai udito: non viene ripetuta solamente la parte finale della parola, ma anzi viene ripetuta integralmente, quasi scandita, e dopo una breve pausa. È un fenomeno naturale incredibile, da pelle d’oca; è come se la roccia di fronte a me mi stesse rispondendo.  È una roccia molto suggestiva, tanto che avvicinandomi ho provato la sensazione di esserne respinto, quasi un monito a non andare oltre. Rimango in questo posto, in contemplazione, fino al tramondo, senza riuscire ad allontanarmi.  Non la dimenticherò mai più. 

Giovedì  6 gennaio 1994 (13° giorno) 

Oggi giornata piatta.  È anche questa una tappa di trasferimento verso Tamarasset.  Ultima notte nel deserto.  Verso sera incontriamo un piccolo villaggio tuareg. L’accogliaenza è calorosa. Ci sono tantissimi bambini che si raccolgono velocemente intorno a noi in cerca di bon bon, stilo, dinari. È una buona occasione per visitare il villaggio e scattare qualche foto. Le capanne sono misere, circondate da immondizia di ogni genere a molti souvenir lasciati dai pochi turisti di passaggio. Agli alberi, non so perché, sono appese ogni sorta di schifezze.  Le donne del villaggio sono affacendate nei loro lavori e non si curano molto di noi. Le ragazze sono molto belle. Passiamo la notte a pochi chilometri dal villaggio.

Venerdì  7 gennaio 1994 (14° giorno) 

Giungiamo a Tamarasset dove dovremo confermare il volo per il ritorno e prenotare una stanza d’albergo per ripulirci un po’ prima di partire. Con la sua altitudine di quasi 1400m, ha un clima abbastanza mite per tutto l’anno. È una città che conta circa 30000 abitanti ed è il centro della regione dell’Hoggar.
Tamarasset è una di quelle località in cui praticamente tutti i turisti che attraversano il Sahara si fermano per riposarsi o per riparare le attrezzature.La città ha un bell’aspetto, pulita e ordinata, con molti negozietti.
Nella piazza principale c’è molta gente, tutti con l’aspetto poco rassicurante.Appena scesi, siamo subito “assaliti” da venditori ambulanti, chi vuole cambiare franchi, chi ci propone pugnali, croci e altri oggetti.  Non mi sento molto tranquillo, così osservato; metto via la macchina fotografica e rinuncio a ogni foto. 
In attesa che le jeep facciano il pieno di carburante, facciamo il giro dei negozietti, ma non vi è nulla di interessante.
La nostra prossima meta è l’eremo di padre Foucauld a circa 82 km da qui, sull’Assekrem. Charles de Foucauld, un devoto cristiano giunto nell’Hoggar all’inizio del secolo, nel 1910 costruì in questi luoghi un eremo che è ancora abitato e tenuto da un ordine religioso. 
Con le jeep arriviamo fino a quota 2400m, dove si trova un rifugio a 30 minuti di cammino dall’eremo. Occorrono circa 4 ore di strada sconnessa e negli ultimi tratti quasi impraticabile.  Si succedono incredibili vallate e paesaggi stupendi. Il rifugio sembra accogliente, con camino e la possibilità di mangiare un piatto caldo di cus-cus.  Ma per risparmiare, dormiremo in una baracca senza alcuna suppellettile, cucinando con la nostra cucina da campo e dormendo per terra, pigiati l’uno contro l’altro. 
Sistemati i bagagli, decidiamo di salire all’eremo, a quota 2840. Il vento quassù è fortissimo, quasi 100 km/h.  Procedendo quindi a fatica, giungiamo a una piccola cappella dove ogni mattina viene celebrata la messa, e dove si trova la stanzetta di padre Foucauld.  Qui sono raccolti libri sull’Algeria, ricordi, foto e testi del missionario. 
Stasera cuciniamo zuppa di cipolle liofilizzata, naturalmente! Quassù nel pomeriggio è giunto un’altro gruppo di turisti, che pernottano al caldo, nel rifugio.  Col pretesto di scambiare due chiacchiere, ci spostiamo nel rifugio, dove arde un magnifico fuoco di camino !  Si tratta di un gruppo di ragazzi, molto eterogeneo: australiani, giapponesi, americani, tutti uniti da una passione comune, il viaggio.  Ed infatti il loro viaggiare durerà ben sette mesi attraverso l’Africa.
Si spostano con camion fuoristrada con tende e viveri.  Trascorriamo una piacevole serata, parlando di viaggi e di esperienze vissute.  Sono ragazzi splendidi e mentalmente aperti; che voglia di unirmi a loro. 

Sabato  8 gennaio 1994 (15° giorno) 

Stamane vogliamo vedere l’alba. Infatti qui il paesaggio è veramente incredibile e l’alba da queste montagne è un’esperienza che probabilmente non si dimentica più.  Le parole non possono neanche lontanamente rendere giustizia alla bellezza del luogo; bisogna vederlo con i propri occhi. Saliamo prima che spunti il giorno verso l’eremo.  Oggi il sole sorgerà alle 7.15 - Il vento è pungente e molto forte; fa piuttosto freddo.
Dopo un’abbondante colazione, scendiamo a malincuore verso Tamarasset (Tam), dove ci attende una ½ giornata di shopping.  Passiamo in albergo a sistemare i bagagli e a lavarci, finalmente.  Lo shopping è all’insegna del baratto e della contrattazione “feroce”, che qui è d’obbligo.  Entriamo, in gruppo e con un certo timore, nel souk il mercatino della città dove siamo letteralmete “aggrediti” da venditori e ciarlatani.  Ci sono molte cose carine e se si ha tempo e voglia si possono passare delle ore a trattare e a tirare sul prezzo, facendo discreti affari.
Per la cena troviamo un ristorante in “centro”, dove per pochi dinari mangiamo pollo arrosto e patatine; e anche maccheroni con carne.  Non bisogna mai ordinare i maccheroni con carne ! 

Domenica  9 gennaio 1994 (16° giorno) 

Oggi si parte.  Non possiamo essere tristi perché il viaggio è stato bellissimo e ci siamo divertiti molto, ma sarà difficile dimenticare il profumo e il silenzio dell’aria, la vita con le nostre guide tuareg.  La voglia di vivere giorno dopo giorno una grande avventura è sempre nel mio cuore, è sempre più radicata dentro di me.
Ad Algeri non riusciamo a partire con il nostro volo, forse a causa di uno sciopero. Se non fossimo in una città così a rischio, in cuor mio sarei voluto restare. Ma in questo caso spero vivamente che le cose si risolvano al meglio, che si riesca a partire al più presto.  Qui la gente sta veramente cercando di scappare. Dopo cinque ore di attesa, finalmente riusciamo a farci imbarcare su un volo per l’Italia. Addio Algeria, addio Tassili. 


(c) 2006 OrmeSulMondo.com by PierLuigi Galliano
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