"Partire é la più bella e coraggiosa di tutte le
azioni. Una gioia egoistica forse, ma una gioia, per colui che sa dare valore
alla libertà. Essere soli, senza bisogni, sconosciuti, stranieri e tuttavia sentirsi a casa ovunque, e partire alla conquista del mondo." Isabelle Eberhardt |
Il deserto del Sahara, il più grande deserto della terra, attraversa tutta l’Africa settentrionale, ma fa la parte del leone soprattutto in Algeria, dove occupa l’85% del territorio e ospita solo il 10% della popolazione del Paese. Meta
principale del nostro viaggio è il Parco Nazionale del Tassili
n’Ajjer, il più grande museo archeologico all’aperto del mondo, un
susseguirsi di pitture rupestri millenarie disseminate tra Libia e
Algeria, su una superficie di circa 120 mila chilometri quadrati,
cioè quattro decimi dell’Italia.
Ad Algeri troviamo ad attenderci un volo speciale messo a disposizione dal Ministero del Turismo, che ci consentirà di allontanarci velocemente dalla capitale. Si respira un’aria tesa, c’è molta confusione. Con i nostri bagagli siamo costretti ad uscire dalla cinta dell’aereoporto per il trasbordo. Ci forniscono carrelli semidistrutti e a fatica riusciamo a spingerli, pur tentando di correre il più in fretta possibile. Lungo il tragitto siamo scortati da funzionari dell’aereporto e agenti; c’è una gran folla tutto intorno. Verso le 16 riusciamo a decollare e, dopo un volo di circa due ore, giungiamo nell’oasi di Djanet, la perla del Tassili come la chiamano i Tuareg. La pista d’atterraggio è a Ilasadadi, 40 km dalla città. E’ situata in un anfiteatro naturale di immensa bellezza; l’aria che si respira e il tramonto rosso fuoco, rendono l’atmosfera assolutamente magica. Ad attenderci ci sono le jeep dell’organizzazione di Avventure nel Mondo. La
nostra sistemazione è tutt’altro che spartana.
Siamo in un complesso di bungalows attrezzati di tutto punto:
stufetta elettrica, acqua calda e un buon pasto a base di zuppa e
pane. Il pane è molto buono e ricorda la ‘baguette’ francese, con
sapore integrale. Incontriamo
qui un gruppo di AnM in partenza per un moto-raid in Nigeria: hanno
fatto una strada massacrante, con camion e fuoristrada, da Algeri a qui.
Un ragazzo si è rotto il pollice, solamente per lo sforzo di
reggere la moto. Per alcuni la notte sarà una buona occasione per
riparare i numerosi guasti meccanici avuti. E devono ancora percorrere
5000 km! Domenica
26 dicembre 1993 (2°
giorno) Non è consentito affrontare da soli il trekking sul Tassili: l’accompagnamento da parte delle guide locali è obbligatorio così come è indispensabile ottenere il permesso di visita della zona da parte della direzione del parco, cosa che faremo in mattinata. Dobbiamo anche acquistare il cibo per il viaggio: arance, patate, cipolle e altre verdure, che dovranno integrare i prodotti liofilizzati che abbiamo portato dall’Italia. E poi taniche per l’acqua e molti sacchi di iuta per trasportare il grosso del bagaglio con i muli. Nel
pomeriggio prepariamo gli zaini, mettendo soltanto l’indispensabile
per cinque notti, la durata del trekking.
Ci hanno fornito una guida che dalle nostre relazioni risulta
essere la migliore: Mohammed detto la ‘volpe’.
E’ un tuareg nomade che ha vissuto sul Tassili fino al 1980 e
poi è stato costretto al sedentarismo. Lunedi 27 dicembre 1993 (3° giorno) Sveglia
alle 6.30 Le operazioni di
smontaggio del campo vanno a rilento e non riusciamo a muoverci prima
delle nove. Martedì 28 dicembre 1993 (4° giorno) La
giornata è fredda e il cielo coperto.
La mattinata trascorre lentamente: camminiamo
senza notare niente di particolarmente interessante. Il paesaggio è
piatto, sprettrale, quasi lunare. Nel primo
pomeriggio giungiamo a SEFAR NOIR, dove faremo il campo. Stiamo imparando ad apprezzare il valore delle cose: non si butta via nulla, nel rispetto del deserto. Tutto deve essere bruciato; la carta, anche di una caramella serve ad accendere il fuoco. I rifiuti organici, soprattutto le bucce d’arancia, vengono conservate per gli asini. Gli altri rifiuti o si seppelliscono o li portiamo con noi. Il deserto è molto inquinato dagli autoctoni e non vogliamo contribuire anche noi al suo deterioramento. La nostra abilità nell’accendere il fuoco è direttamente proporzionale alla fiamma che riusciamo a produrre, cioè piuttosto scarsa. Tutto ciò suscita l’ilarità dei tuareg che ci fanno da guida. Ciò che mi ha colpito molto e la serenità e la cordialità di questa gente. Fieri del proprio lavoro e sempre divertiti dalle cose semplici che li circondano. La nostra guida ci domanda se in Italia quest’anno c’è stata la pioggia e se anche lì arriva il deserto. E poi ci sono i silenzi, i suoni della natura, la purezza dell’aria e i paesaggi di incredibile e superba bellezza. Mercoledì 29 dicembre 1993 (5° giorno) Sveglia alla 6. Il freddo ci blocca nei sacchi a pelo e solo dopo mezz’ora riesco a trovare la forza per alzarmi. Stanotte ho dormito con il maglioncino, ma nonostante ciò ho patito un pò il freddo. Il problema poi e di uscire dal sacco a pelo per vestirsi. Subito metto l’acqua sul fuoco. La luna è ancora alta nel cielo e ne approfitto per scattare qualche foto suggestiva della zona. Oggi non dobbiamo smontare il campo, faremo un trekking nei dintorni. Ci troviamo a Sefar Nord (Sefar blanc), una vera e propria città preistorica, in cui le rocce sono strutturate e disposte in modo tale da formare tutta un’alternanza di stretti passaggi e ampi spazi vuoti, tanto da far pensare ad un naturale rincorrersi di strade e di piazze. Nel pomeriggio ritorniamo al campo, lo smontiamo e ci spostiamo in cerca di nuove pitture rupestri. Verso sera ci accampiamo a ridosso di una grande duna contornata da grandi pinnacchi di roccia. Poi si va in cerca di legna, sempre molto scarsa da queste parti. Giovedì 30 dicembre 1993 (6° giorno) Stanotte
la temperatura è scesa di molti gradi sotto lo zero.
Le mani nude non reggono il freddo.
Faccio fatica ad alzarmi e la sveglia si protrae fino alle 6.30.
Ha piovviginato tutta la notte e c’è stato persino del
nevischio. La cosa
incredibile è che in questa regione non pioveva da più di tre anni. Nel
pomeriggio siamo sul Grand Canyon che si inabissa con
un’impressionante voragine di 600 metri. La nostra guida ci porta su
una roccia che sovrasta la grande spaccatura, ma non ho il coraggio di
guardare giù, ho le vertigini. Giungiamo poi nella valle dei cipressi millenari. Si tratta di un vero e proprio bosco di alberi fossili e vivi contemporaneamente, un miracolo della natura. Piante rigogliose vivono qui in un ambiente assolutamente ostile, probabilmente per una falda acquifera che alimenta il sottosuolo. Verso
le 17 rientriamo al campo per la quotidiana ricerca di legna per il
fuoco. Il nostro falò è sempre piuttosto misero in confronto a quello
dei Tuareg e credo che tra le risate che caratterizzano i loro racconti
notturni ci siano molte allusioni alla nostra incapacità a vivere il
deserto. Venerdì 31 dicembre 1993 (7° giorno) Sveglia alle 6. Dobbiamo sbrigarci per ridiscendere a Djanet dove ci attendono le nostre jeep. C’è molto vento e fa freddo. Attraversiamo ancora qualche paesaggio suggestivo ed alcune discese impegnative. Dopo circa 5 ore di marcia giungiamo all’appuntamento. Stanotte
festeggeremo il capodanno tra le grandi dune e il paesaggio lunare di
Timrasse. Arriviamo nel
pomeriggio correndo con le land rover sopra dune di sabbia finissima
come cipria, a grande velocità per non insabbiarci. E’
divertentissimo. La notte
ci coglie ancora intenti a preparare il campo. Sabato
1 gennaio 1994 (8° giorno) Da
oggi il nostro tour prosegue essenzialmente con le jeep.
Con i nostri autisti Mohammed Ali e Abdul, dovremo percorrere
quasi mille chilometri di deserto per approdare poi a Tamarasset.
Oggi, dopo molte ore di viaggio, giungiamo al pozzo (guelta) di
Essendilene che si trova in fondo ad un canyon ricchissimo di
vegetazione. Il percorso per raggiungerlo si snoda all’interno di una
bassa foresta lussuriosa. Al
termine il pozzo, molto ricco e profondo circa undici metri. Domenica 2 gennaio 1994 (9° giorno) Oggi
in programma una lunga tappa di trasferimento, alquanto monotona. Il
deserto in questa zona è una piatta e brulla distesa di arbusti.
Maciniamo chilometri e non vi è nulla di interessante da vedere,
a parte qualche solitaria gazzella.
In questi giorni mi sento un pò stanco e apprezzo molto le soste
per il pranzo, dove posso distendermi a leggere o a scrivere questo
diario. Lunedì 3 gennaio 1994 (10° giorno) Anche oggi tappa di trasferimento. Ci fermiamo nel primo pomeriggio a ridosso di una formazione rocciosa, posto ideale per il nostro campo. La temperatura in questi giorni si è mantenuta piuttosto alta rispetto ai rigori climatici incontrati sull’altopiano. Ci si trattiene piacevolmente intorno al fuoco, la sera. Il cielo brilla come non mai. Martedì 4 gennaio 1994 (11° giorno) Oggi
incontriamo le dune ‘rocciose’, così ho deciso di chiamare quella
zona in cui grandi rocce affiorano dalla sabbia.
Più tardi ancora incontriamo grandi rocce a forma di panettone
mandorlato, un’ intera vallata, a perdita d’occhio. Mercoledì 5 gennaio 1994 (12° giorno) Anche
stamane la temperatura è piuttosto alta.
Oggi abbiamo deciso di fare un giro fuoriprogramma, un percorso
che Anm non propone, ma che vale la pena di fare. Ci portiamo verso
Tinakachekir dove migliaia di pennacchi di roccia sono come infilzati
nelle grandi dune. È uno
spettacolo mozzafiato! Ormai
siamo diventati bravissimi nel preparare il campo e in poco tempo tutto
e pronto. Decido di dare
un’occhiata in giro. Dopo
pochi metri, la grande sorpresa: una stupenda vallata, tanto grande
quanto misteriosa, quasi spettrale.
Ricorda la superficie lunare.
L’ho soprannominata la valle dell’eco. Il più bello che io
abbia mai udito: non viene ripetuta solamente la parte finale della
parola, ma anzi viene ripetuta integralmente, quasi scandita, e dopo una
breve pausa. È un fenomeno naturale incredibile, da pelle d’oca; è
come se la roccia di fronte a me mi stesse rispondendo.
È una roccia molto suggestiva, tanto che avvicinandomi ho
provato la sensazione di esserne respinto, quasi un monito a non andare
oltre. Rimango in questo posto, in contemplazione, fino al tramondo,
senza riuscire ad allontanarmi. Non
la dimenticherò mai più. Giovedì
6 gennaio 1994 (13° giorno) Oggi
giornata piatta. È anche
questa una tappa di trasferimento verso Tamarasset. Ultima
notte nel deserto. Verso
sera incontriamo un piccolo villaggio tuareg. L’accogliaenza è
calorosa. Ci sono tantissimi bambini che si raccolgono velocemente
intorno a noi in cerca di bon bon, stilo, dinari. È una buona occasione
per visitare il villaggio e scattare qualche foto. Le capanne sono
misere, circondate da immondizia di ogni genere a molti souvenir
lasciati dai pochi turisti di passaggio. Agli alberi, non so perché,
sono appese ogni sorta di schifezze.
Le donne del villaggio sono affacendate nei loro lavori e non si
curano molto di noi. Le ragazze sono molto belle. Passiamo la notte a
pochi chilometri dal villaggio. Venerdì
7 gennaio 1994 (14° giorno) Giungiamo
a Tamarasset dove dovremo confermare il volo per il ritorno e prenotare
una stanza d’albergo per ripulirci un po’ prima di partire. Con la
sua altitudine di quasi 1400m, ha un clima abbastanza mite per tutto
l’anno. È una città che
conta circa 30000 abitanti ed è il centro della regione dell’Hoggar. Sabato
8 gennaio 1994 (15° giorno) Stamane
vogliamo vedere l’alba. Infatti qui il paesaggio è veramente
incredibile e l’alba da queste montagne è un’esperienza che
probabilmente non si dimentica più.
Le parole non possono neanche lontanamente rendere giustizia alla
bellezza del luogo; bisogna vederlo con i propri occhi. Saliamo prima
che spunti il giorno verso l’eremo.
Oggi il sole sorgerà alle 7.15 - Il vento è pungente e molto
forte; fa piuttosto freddo. Domenica
9 gennaio 1994 (16° giorno) Oggi
si parte. Non possiamo
essere tristi perché il viaggio è stato bellissimo e ci siamo
divertiti molto, ma sarà difficile dimenticare il profumo e il silenzio
dell’aria, la vita con le nostre guide tuareg.
La voglia di vivere giorno dopo giorno una grande avventura è
sempre nel mio cuore, è sempre più radicata dentro di me.
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